Protestano come turchi

 

turchia

Il dato americano sul mercato del lavoro uscito venerdì, che ha visto il tasso di disoccupazione in Usa salire al 7,6% dal 7,5%, permette alla Federal Reserve di non ridurre il suo programma di acquisto di bond da 85 miliardi di $ al mese.
Quindi, tranquilli, l’economia va male e le borse possono ancora salire.
A proposito di borse, ho ricevuto richieste di approfondimento sul tema Turchia: “è un’opportunità?” l’esperienza della Primavera Araba, borsisticamente parlando, genera delle aspettative.
Ma il parallelo con la Primavera Araba mi convince poco: il governo Erdoğan è stato democraticamente eletto, e le proteste recano richieste di salvaguardia della laicità del Paese, differenze sostazionali con le piazze Tunisine o Egiziane, dove i “fratelli musulmani” si sono ritrovati leader e catalizzatori del consenso.

Quello che accomuna la primavera araba e i disordini turchi è la risposta -violenta- delle forze dell’ordine. Vengono usati lacrimogeni, sparati però ad altezza uomo, e quando colpiscono fanno molto male:

lacrimogeni

Vengono usati proiettili di gomma (vi risparmio le foto di persone deturpate e invalidate perché colpite al viso), scudi, idranti e sfollagente, ma anche spranghe e squadracce…

Ad oggi si contano migliaia di arresti, centinaia di feriti e tre morti, tra i manifestanti

Nar photos

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Inevitabile porsi delle domande, magari per una volta diverse dal refrain complottista “chi finanzia e arma i rivoltosi?
La protesta turca nasce dalla decisione del governo di spianare Gezi Park, l’area verde di Istanbul destinata a diventare un’area di costruzione (per un centro commerciale ed una moschea). L’anima della protesta è un “NO” ad opere mirate al profitto, brandendo il vessillo della tutela ambientale e della salute pubblica: dei normali cittadini hanno iniziato a frapporsi fra gli alberi e le ruspe, poi hanno trovato l’appoggio di alcuni deputati e di forze politiche, da lì allo sgombero violento sono passati un paio di giorni, ed il diffondersi di foto e video dei fatti hanno finito per indurre altri cittadini a partecipare alla protesta. Moltissime persone hanno simbolicamente attraversato il ponte di Istanbul che collega l’Europa e l’Asia per raggiungere i manifestanti.

ponte dardanelli

Le similitudini, nello spirito della manifestazione e nel contesto democratico (per fortuna di certo non nel tipo di risposta delle forze dell’ordine) sono quindi più con il movimento NO-TAV che non con i movimenti nordafricani di rivolta del 2011.
Non è un caso che tra i manifestanti turchi ed il movimento NO-TAV sia iniziato un dialogo, di cui vi riporto i contenuti:

Se ne diranno di cose, su questi quattro giorni. Si scriverà, si parlerà, si tracceranno grandiosi scenari politici.
Ma che cose è successo veramente?
La resistenza per il parco di Gezi ha infiammato la capacità di gente come noi di autorganizzarsi ed agire – e per accenderla e’ bastata una scintilla. Abbiamo visto il corpo della resistenza stendersi verso di noi lungo il pontre del Bosforo, abbiamo visto il suo coraggio mentre combatteva per respingere gli idranti su Istiklal; Abbiamo visto le sue braccia in tutti quelli che, piegati da un’orgia di lacrimogeni, lottavano per mettere i compagni in salvo; abbiamo visto il corpo della resistenza in ogni negoziante che ci ha offerto il cibo, in ogni dottore sceso in strada per soccorrerci, in tutti quelli che hanno aperto la casa ai feriti, nelle nonne rimaste sveglie alla finestra a sbattere pentole tutta la notte contro la repressione.
La polizia ci aveva dichiarato guerra – ma non è riuscita a spezzare quel corpo. Ha finito le scorte di lacrimogeni contro di noi, ci ha gassati nei tunnel della metro, è venuta di notte a darci fuoco nelle tende, ha usato i proiettili di gomma.

Ma era bastata una scintilla per accendere il corpo della resistenza, e ormai poteva solo continuare. E quel che rimane di tutte queste esperienze, di tutte le nostre storie quel che resta di tutte le nostre, sarà la linfa per questo corpo, sarà memoria collettiva. Ci seguirà in altre resistenze ed altre battaglie, ripetendocelo ancora e ancora: possiamo scegliercelo noi, il nostro destino, agendo collettivamente. Possiamo sceglierci quale vita vivere – e in quale citta’ vogliamo viverla.

Gezi è stato un viaggio fatto di tenacia, creatività, determinazione, e coscienza. Dal parco la resistenza ha travolto piazza Taksim, e da Piazza Taksim via verso il resto del paese, finché Gezi è diventato per tutti noi lo spazio in cui tirar fuori tutta la rabbia contro chiunque voglia imporci come vivere nella nostra città. Adesso che questa rabbia l’abbiamo vista, che questa solidarietà l’abbiamo assaggiata, niente sarà più come prima. Nessuno di noi sarà più lo stesso. Perché abbiamo scoperto qualcosa del nostro essere insieme che mai prima avevamo visto. E non l’abbiamo solo visto: l’abbiamo creato insieme. Ci siamo visti far partire una scintilla, accendere il corpo della resistenza e farlo camminare.
La lotta per il parco di Gezi ha fatto scattare la rivolta giovanile di almeno due generazioni cresciute sotto i governi autoritari di Recep Tayyip Erdoğan e le imposizioni dell’AKP.
Sono i figli delle famiglie sfrattate da Tarlabaşı in nome della speculazione edilizia, sono gli operai licenziati in nome della privatizzazione, i precari schiacciati ogni giorno sotto la ruota del profitto. Le lotte a venire faranno tesoro di questa rabbia. Ma c’è molto di più. La resistenza per il parco di Gezi ha cambiato lo la stessa definizione di quel che chiamiamo spazio pubblico, perché la battaglia per il diritto a restare in piazza Taksim ha stracciato l’egemonia del vantaggio economico come regola morale. Ha respinto il piano di riqualificazione col quale l’AKP avrebbe voluto sconvolgere il ruolo sociale dei nostri spazi urbani, cambiare le regole di come viviamo la nostra citta’, e a quale prezzo, e con quale estetica. Recep Tayyip Erdoğan ha provato a imporci la sua idea di piazza, ma oggi quello che e’ piazza Taksim lo abbiamo deciso noi cittadini: Taksim e Gezi park sono i nostri spazi pubblici.
Abbiamo visto che basta una scintilla per accendere il corpo della resistenza. Adesso sappiamo che ci portiamo dietro altre scintille per altre nuove battaglie. Adesso sappiamo di cosa siamo capaci quando lottiamo collettivamente contro l’esproprio dei nostri beni perché abbiamo scoperto cosa si prova a resistere. Da qui non retrocediamo. Sappiamo che basta un momento perche una scintilla prenda fuoco – e di scintille ne abbiamo ancora tante.
Questo è soltanto l’inizio – la lotta continua!

La risposta del movimento No-TAV non si è fatta attendere:

Cari compagni,
stiamo seguendo con solidarietà la vostra lotta al Parco Gezi di Istanbul.
La Val Susa ha una lunga storia di sgomberi, attacchi, assalti vigliacchi all’alba, carcere, di bulldozer mandati a distruggere le nostre terre. Non sono riusciti a prevalere grazie alla resistenza della nostra gente.
La vostra lotta è la nostra lotta. È la lotta per il futuro, consapevoli di rappresentare un pericolo per l’ordine costituito che si accanisce per batterci con ogni mezzo necessario, che vuole cancellarci perché sa che con noi e dopo di noi saranno in dieci, cento, mille.
Ma noi e voi abbiamo anche un’altra consapevolezza: sappiamo di poter vincere questa battaglia, perché abbiamo il tempo, le ragioni, i sogni e la caparbietà dalla nostra parte. E questo non può essere sconfitto né dai lacrimogeni, né dai tribunali.
Dal movimento No Tav, la nostra solidarietà

La palla torna dunque in Turchia:

Cari compagni No TAV, fratelli di lotta; la Resistenza in Val di Susa, come la Resistenza per Gezi park, è una resistenza contro un sistema di interessi e poteri; un sistema di valori che vorrebbe toglierci ciò che è nostro – lo spazio, la valle, il parco, e la possibilità di viverci – in nome di un “progresso” che, nei fatti, vuol dire solo il profitto dei pochi che ci investono. Questo profitto è una forma di oppressione del quale la polizia, i lacrimogeni, la censura mediatica, i tribunali, le accuse di vandalismo sono soltanto l’espressione più esterna.La vostra solidarietà ci onora. Non soltanto per il prezzo che continuate a pagare con la vostra resistenza ma soprattutto per quello che voi, come ora noi, avete imparato dalla resistenza: la riappropriazione di cio’ che ci appartiene, il coraggio di restare, l’occupazione, l’autorganizzazione, la fiducia gli uni negli altri. In questi giorni a Gezi abbiamo imparato a lottare insieme nonostante le nostre molte differenze interne: contro i lacrimogeni, sì ma anche contro la pioggia che ci allagava le tende. Insieme si vince una piazza, insieme si montano le barricate; e insieme si distribuiscono le coperte, si organizza il cibo, si smaltisce la spazzatura, si monta una radio, ci si reinventa una nuova quotidianita’. Come avete fatto voi in questi anni di occupazione in valle.Mentre i nostri compagni ad Ankara, Antakia, Adana, Izmir vengono attaccati in queste ore ancora una volta da quei poteri forti che noi di Istanbul abbiamo lasciato al di là delle barricate appena una settimana fa, noi in questa piazza che ora è nostra stiamo imparando a restare uniti e ad avere fiducia nella lotta che ci ha fatti incontrare. Non sappiamo quanto riusciremo a restare qui, non sappiamo ancora che ne sarà della nostra resistenza dopo questi pochi giorni. Ma abbiamo imparato a lottare insieme. E che da qui si puo’ soltanto imparare ancora di più. E siamo sicuri che in questo vi siamo fratelli, nonostante la nostra distanza geografica.
La vostra resistenza è la nostra resistenza e questo è soltanto l’inizio – la lotta continua!

Qui la lettera originale da Müştereklerimiz

Non si tratta né di rassicurare, né di generare preoccupazione. Si tratta di capire. Erdoğan dice che “è colpa di Twitter, i social network sono una piaga sociale, un pericolo” . Ma sono un pericolo perché veicolano un messaggio che il governo vorrebbe silenziare o perché ingigantiscono questioni che sarebbero di bassa rilevanza?

Se è vero che persone a caccia di notorietà postano foto in “live tweeting” senza nemmeno essere sul posto -quindi senza nessuna verifica- i numeri di morti, feriti e arrestati alimentano i punti di domanda. Punti di domanda umani e sociologici, ben prima che borsistici.

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About bimboalieno

Operatore finanziario professionale dal 1998; ha collaborato con diverse banche italiane ed estere. Si può scoprire dell'altro cliccando qui. Oggi é responsabile di un centro di Private Banking. Professional financial trader since 1998; he has worked with several Italian and foreign banks. You can learn more here. Bimboalieno is currently in charge of a Private Banking centre.