Fondazioni: buone, brutte o cattive?

 

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La Commissione UE, la settimana scorsa, ha indicato -tra le varie riforme suggerite all’Italia per il rilancio- il nodo della governance delle banche, con particolare riferimento alle Fondazioni bancarie.
Le Fondazioni sono enti no-profit (senza fini di lucro) che utilizzano i dividendi che ricevono dalle loro partecipazioni azionarie in attività atte a stimolare attività culturali, valori collettivi e finalità di utilità generale.
Insomma, hanno tutta l’aria di essere la parte “buona” del settore bancario. Ma il tema, più che la finalità delle loro attività, è quello della governance, dove stando nella metafora western viene da pensare…

“Quando una banca con degli azionisti normali incontra una banca con azioniste le Fondazioni…”

Per governance si intendono quei meccanismi che regolano la composizione di un consiglio di amministrazione. Prendiamo il caso di Unicredit, dove le Fondazioni Cassa di Risparmio di Verona, Fondazione Carimonte e Fondazione Cassa di Risparmio di Torino figurano tra i principali azionisti (insieme al fondo sovrano libico). E’ evidente come l’influenza delle Fondazioni nella scelta dei componenti di amministrazione risulti notevole (secondo il vecchio adagio illustrato da Enrico Cuccia: “i voti non si contano, ma si pesano”). Lo stesso discorso può essere esteso a Banca Intesa, dove la Compagnia SanPaolo, la Fondazione CaRiPLo, la Fondazione CaRiParma, Ente CaRiFirenze, Fondazione CaRisBo occupano i primi 5 posti della lista degli azionisti. Mi trattengo, per pudore, dal citare il caso del Monte dei Paschi, ça va sans dire.

Intervistato dal quotidiano LaStampa il presidente del consiglio di gestione di banca IntesaSanPaolo, Gian Maria Gros Pietro ha detto:

“Le fondazioni sono importanti per la stabilità della banca che tuttavia deve essere attraente per tutti gli investitori che non abbiano obiettivi speculativi.”

La stabilità è il concetto cardine, ricorrente. Se le banche prestano male i soldi che raccolgono, per garantire la stabilità arriva l’intervento pubblico. Ma come mai talvolta capita che le banche prestino così male i soldi faticosamente raccolti su un mercato difficile? Non sarà per caso anche il frutto dell’influenza delle Fondazioni sulla gestione degli Istituti bancari?

E’ curioso notare -ad esempio- come il coefficiente di consiglieri vicini agli ambienti politici sia nettamente più elevato nelle banche dove le Fondazioni sono azionisti di peso, con ricadute più o meno dirette: meno meritocrazia, meno competenza nei board, maggior rischio sistemico dovuto alla frequente concessione di finanziamenti in barba alle più banali regole di contenimento e distribuzione del rischio (ad esempio, fra i tanti, ricordiamo l’inspiegabile mole di affidamenti resi disponibili a Zunino per Risanamento, a Don Verzé per il S.Raffaele, a Cragnotti per Cirio, ad Alitalia, a Ligresti, a Zaleski…), per non parlare dei finanziamenti concessi senza garanzie collaterali ai partiti, fino all’incestuoso sostegno al deficit pubblico.

Si badi bene, non lo sbandierato e patriottico sostegno al debito (esistente), parlo del sostegno al deficit: all’indebitamento ulteriore.

Come ho più volte avuto modo di ribadire l’idea di inserire il “pareggio di bilancio” nella Costituzione è una aberrazione, perché un Paese dovrebbe poter intervenire in modo anti-ciclico (spendendo) nel momento in cui il ciclo economico, la congiuntura, si fa avverso. Questo intervento serve al rilancio economico, al riavvìo del volano. Ma è un intervento che diventa sostenibile solo a patto di avere la forza politica di fare surplus quando invece il ciclo economico è favorevole. Se questo non è avvenuto è (non “solo”, certo, ma) anche a causa del sostegno che il sistema bancario dove i voti “si pesano” ha saputo dare alla politica, che ha ringraziato garantendo e rinnovando posti nei consigli.

Una rapida digressione sui curricula dei componenti dei consigli delle Fondazioni e sulle loro espressioni nei consigli delle banche partecipate e si nota la forza di questa liaison. E d’altra parte lo stesso presidente della Fondazione MontePaschi fu eletto due volte per acclamazione (non a maggioranza, ma all’unanimità) presidente dell’ABI (l’Associazione Bancaria Italiana), mestiere che non voleva fare:

«Questo non è il mio lavoro, e non voglio confonderlo con la professione: tornerò a fare l’avvocato, che poi è quello che so fare»

Disse, quando terminò il suo mandato al MontePaschi. Ora, da quel che si sa, è un uomo realizzato: la materia avvocatizia è quantomai il suo pane quotidiano…

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Su questo stesso argomento, c’è chi la pensa diversamente, come Marco Cobianchi, giornalista per Panorama e scrittore, autore (tra gli altri) di “Mani Bucate” e “Nati corrotti“:

Caro Bimboalieno

di poche cose sono certo in ambito economico come del fatto che la presenza delle Fondazioni nella proprietà delle banche sia l’ultimo dei problemi della nostra economia. E’ una convinzione che ogni giorno diventa più solida. Adesso ti spiego perché cercando di anticipare alcune delle tue obiezioni.

La prima accusa che si rivolge alle Fondazioni bancarie è quella di non agevolare la ricapitalizzazione delle banche perché non hanno soldi e, anzi, sono affamate di soldi da distribuire in opere così da aumentare il potere dei suoi organi dirigenti, spesso scelti dalla politica locale, sul territorio. Teoricamente questo ragionamento non fa una piega. Ma se dalla teoria si scende nel concreto, storicamente, questo, non è successo. Le Fondazioni bancarie italiane sono 89. La maggior parte di queste non contano assolutamente nulla nella banca della quale sono azioniste perché, in seguito alle varie leggi di riforma del sistema, hanno ceduto la maggioranza delle azioni in loro possesso ai “poli bancari aggreganti” (sostanzialmente Unicredit e Banca Intesa). Possiamo discutere sui clamorosi sconti fiscali che la legge Ciampi ha accordato loro per vendere le quote, ma resta il fatto che lo hanno fatto. A grandi linee dopo la legge Ciampi del 1998 a livello locale, le Fondazioni che hanno continuato ad avere un ruolo nelle banche sono pochissime. A livello nazionale stiamo perciò parlando di tre enti: Fondazione Mps, Compagnia di San Paolo e Fondazione Cariplo. Già sostenere che la politica bancaria è “frenata” dalla presenza di questi tre enti è illogico. Ma andiamo avanti. La prima cosa da notare riguarda la Fondazione Mps. Faccio notare che nel recente scandalo che ha coinvolto la banca Mps, la Fondazione Mps non è mai stata accusata di nulla. I magistrati non le hanno addebitato nessuna colpa. Ma noi non siamo magistrati e le uniche colpe che possiamo addebitare alla Fondazione non sono di tipo penale. In questo senso la colpa che io addebito alla Fondazione è quella di aver assecondato in modo servile i desiderata non tanto della politica ma dei manager della banca indebitandosi al di là del bene e del male per sostenere le manie di grandezza (Antonveneta) dei manager, ora inquisiti. Cioè: la colpa che io addebito è quella di non aver fatto l’azionista, non quella di averlo fatto troppo.

Si dirà che la Fondazione ha, nel tempo, impedito la privatizzazione (termine ambiguo in questo caso, ma lo utilizziamo dando per scontato che ci capiamo) del Monte. Vero, e il motivo della mancata privatizzazione è uno solo: la Fondazione, i cui membri sono nominati dalla politica locale, vuole mantenere il controllo sui dividendi della banca e, con la scusa di volerne preservare la “stabilità”, continuare a trasferire risorse dalla Spa al territorio. Dal mio punto di vista questo è un classico caso nel quale i vizi privati si trasformano in pubbliche virtù. Le banche non sono, infatti “aziende come le altre che devono fare profitto”. Ricordo come fosse ieri un manager bancario che mi ripeteva questo mantra. Poi è finito in galera per insider trading. Scusa la digressione.

La Merkel, per esempio, ha capito benissimo che le banche sono “diverse”: ha investito qualcosa come 14,3 miliardi per la Commerzbank diventandone azionista di maggioranza (parzialmente resituiti) più un’altra manciata di miliardi per salvare le Casse di Risparmio tedesche. Significa che le banche non sono “aziende come le altre”; sono aziende senza le quali le aziende “vere” non esisterebbero nemmeno. Quindi è un bene che non falliscano ed è un bene che lo Stato le salvi, ed è ancora meglio che lo Stato ne diventi azionista esattamente come ha fatto la Merkel con Commerzbank. Ovviamente tutto questo con paletti rigorosi in ordine: eventuale punizione dei manager che hanno portato sull’orlo del burrone degli istituti bancari; il salvataggio deve essere temporaneo; l’eventuale statalizzazione sia finalizzata a rimettere sul mercato il prima possibile l’istituto nazionalizzato. Esattamente ciò che è accaduto con Commerzbank

Veniamo alle altre due Fondazioni: Compagnia di San Paolo e Fondazione Cariplo. Sono rispettivamente la prima e la seconda azionista di Banca Intesa, banca che è nata dall’aggregazione di una decina di banche territoriali tutte, e ripeto: tutte, cedute al polo aggregante in seguito alla vendita delle azioni da parte delle Fondazioni (il caso che ho seguito abbastanza da vicino per motivi affettivi è quello della Cassa di Riusparmio di Forlì). Quindi, storicamente, non è vero che le Fondazioni hanno impedito l’aggregazione tra banche. Questo è un punto fondamentale che smonta la principale delle critiche che alle Fondazioni vengono solitamente rivolte. Avessi un po’ più di tempo a disposizione ti potrei dimostrare che sono, invece, le banche non controllate da Fondazioni quelle che hanno avuto più refrattarietà alla politica di aggregazione (ammesso e non concesso che un’economia fatta al 92% da piccole e medie imprese i grandi poli bancari siano più utili di una rete di numerose banche locali, ma questo è un altro discorso).

L’azionariato odierno di Banca Intesa vede le Fondazioni delle banche aggregate possedere un totale di circa il 25% delle quote. Generali ha un altro 2,7% e il fondo Harbor il 2,1 mentre sul mercato c’è il restante 70% circa. A prima vista le Fondazioni sono il soci di maggioranza relativa, capaci di imporre qualsiasi loro decisione alla banca presieduta da Bazoli. Ma Intesa ha un sistema di gestione duale: nel Consiglio di sorveglianza ci sono i soci (tra cui le Fondazioni) e in quello di gestione ci sono i manager. E chi sono questi manager? Sono praticamente tutti espressione del management compreso Cucchiani, amministratore delegato che viene dall’esterno. Scelto dalle Fondazioni? Certamente, scelto dalle Fondazioni che, visto che sono azioniste, hanno esercitato il loro potere (e, a differenza di Mps non si sono fatte imporre dall’esterno il manager che poi ha provocato il disastro). Ma così, mi dirai, si perpetua il legame incestuoso tra azionisti e manager. E che cosa avrebbero dovuto fare le Fondazioni? Delegare a un head hunter la scelta del loro amministratore delegato rinunciando non solo alle loro prerogative ma anche alle professionalità cresciute in banca? Peraltro, anche Banca Intesa, la banca controllata dalle Fondazioni, sia peggio gestita di una banca non controllata dalle Fondazioni è tutto da dimostrare. Ad esempio: Unicredit. E’ Unicredit che ha un contenzioso fiscale per i famosi Brontos, non Intesa. Ed è Unicredit che ha liquidato il suo maneger con 42 milioni di euro, non Intesa. E’ Unicredit che ha realizzato un triplete di aumenti di capitale per un totale (correggimi se sbaglio) una decina di miliardi per investimenti “rischiosi” (diciamo). Sono certo che sarai d’accordo se dico che la distinzione tra le banche non è tra quelle controllate dalle Fondazioni e quelle non controllate da Fondazioni, ma tra quelle buone e quelle cattive. Beh, se è così, la realtà parla chiaro.

Per concludere: la critica al controllo da parte delle Fondazioni delle banche commerciali è incentrato soprattutto su questioni teoriche la principale della quale è che le Fondazioni non sono interessate alla redditività dell’investimento. Ma se le banche non sono redditizie non è per colpa delle Fondazioni, ma del tessuto economico nel quale si trovano ad operare. Le Fondazioni, che come ho detto sono state quelle che hanno agevolato l’aggregazione tra banche, c’entrano poco. Mi sembra un dibattito accademico portato avanti da chi vorrebbe “omogeneizzare il sistema bancario. Farlo diventare tutto uguale che seguano gli stessi criteri, ad esempio, di erogazione del credito, come Basilea3 impone. Ma questa è tutta un’altra storia.

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About bimboalieno

Operatore finanziario professionale dal 1998; ha collaborato con diverse banche italiane ed estere. Si può scoprire dell'altro cliccando qui. Oggi é responsabile di un centro di Private Banking. Professional financial trader since 1998; he has worked with several Italian and foreign banks. You can learn more here. Bimboalieno is currently in charge of a Private Banking centre.