Perchè indirizzare i giovani Italiani verso il lavoro all’estero

 

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Sempre di più i giovani italiani bussano alle porte della Cina per trovare lavoro, oppure semplicemente per essere occupati, fare esperienza, anche senza remunerazione. È sufficiente imparare, immettere lo stage nel CV per un futuro impiego. Anche ad Osservatorio Asia e al Fondo Mandarin arrivano richieste, sempre più numerose e qualificate. Giovani italiani, seri e preparati, sono disposti a lavorare in un paese lontano, difficile ed esposto alla concorrenza come la Cina. Cercare non solo reddito, ma anche il dinamismo di una società in crescita rispetto al torpore e alla decadenza europea. Si stima che ci siano almeno 9.000 giovani italiani nella Cina continentale, escluso Hong Kong, (di cui 4.501 iscritti all’Aire a cui bisogna applicare un fattore stimato X2), triplicati nel giro degli ultimi anni, che recentemente hanno creato l’Associazione Giovani Italiani in Cina (AGIC). Sono frammenti di un fenomeno molto più vasto e terribile. Le ultime stime dell’Istat sono impietose: la disoccupazione giovanile ha superato il 40%. È un’emergenza nell’emergenza. Per molti di questi giovani è stato coniato un nuovo termine: sono Neet, “not in employment, education or training“. In altre e più crude parole: non hanno nulla da fare, anche se sarebbe più preciso affermare che non viene loro offerto nulla da fare. Il fenomeno non investe solo l’Italia: gli ingegneri spagnoli cercano lavoro in Messico, quelli portoghesi in Brasile e in Angola. I cervelli italiani più preparati e disponibili ambiscono alle Università statunitensi, ma non disdegnano lavori sottopagati a New York, Londra o Berlino. Si uniscono all’esercito di lavoratori umili e volenterosi che ha lasciato l’Italia per avere un’occupazione, per immaginare un futuro e dare dignità al presente. I grandi resort internazionali e i moltissimi ristoranti italiani in Cina sono pieni di personale italiano che lavora con classe e dignità. I governi italiani avrebbero potuto evitare prima o alleviare dopo questo problema. Le loro responsabilità partono dagli anni 70, ma anche economisti, sindacalisti, banchieri hanno, con responsabilità diverse, fallito questo obiettivo. La spesa pubblica è stata la copertura velenosa delle incapacità. I partiti di governo, la DC in testa, ne portano la responsabilità fin dagli anni 70 quando le premesse del disavanzo e del debito furono create, ma anche il PCI, il principale partito di opposizione, si è adagiato sull’aumento della spesa e del debito pubblico, quando serviva a soddisfare anche il suo elettorato. Basti pensare alle baby pensioni, alle spese improduttive al Sud, all’aumento incontrollato del pubblico impiego ed alla sua difficile gestione. La ricompensa per la classe politica è stata la bassissima stima di cui gode nel corpo della società. Per riscattarsi potrebbe ora offrire un barlume di speranza: chiedere scusa ai giovani e aiutarli a trovare lavoro all’estero, non in Italia dove sarà impossibile per decenni a venire e dovrebbe riconoscere di aver venduto false illusioni e di essere intervenuta con palliativi. È vero che aiutare i nostri ragazzi ad andare all’estero è una sconfitta ed è anche una perdita economica, perché abbiamo formato, spesso bene, persone spendendo risorse pubbliche. ma sarebbe una sconfitta ancora maggiore non dare sbocchi professionali a questi giovani. Un giovane che non lavora per 2 o 3 anni perde gran parte delle competenze accumulate, non ne sviluppa delle nuove, e perde fiducia. Tenerli in Italia senza lavoro sarebbe quindi una ulteriore sconfitta sia per le singole persone sia per il paese nel suo complesso. La realtà del nostro paese è anche più drammatica di quello che vogliono farci credere: il lavoro non sarà creato, perché il Paese non è competitivo su scala globale, non ci sarà sviluppo per molte generazioni a venire e quindi non ci saranno opportunità di lavoro per i nostri giovani e forse neaanche per gli Italiani che devono ancora nascere. La speranza che derivava dall’Euro, la sicurezza della moneta comune sono svanite di fronte alla crisi e all’inazione. Ma la cosa più grave e che nessuno dei nostri attuali leaders ha idea di come si crea un paese competitivo, semplicemente perché non l’hanno mai visto, non sanno di cosa parlano e non saprebbero cosa fare e di fatto stanno facendo nulla di utile. È in corso un crimine morale e intellettuale verso i nostri giovani. Vorrei piuttosto vedere nascere agenzie private di collocamento del nostro lavoro su scala internazionale che favoriscano l’evacuazione dei nostri giovani da un’Italia senza speranza. Saranno utili gli strumenti della rete e degli accordi intergovernativi. I paesi emergenti hanno bisogno di professionalità, quelli industrializzati di cervelli, individualità, buona volontà. In Italia non mancano ma non sono valorizzati. Non si tratta soltanto di lavoratori intellettuali, dei quali Almalaurea dell’Università di Bologna ha già un utilissimo data base con milioni di nomi. L’opportunità va offerta a tutti, dai camerieri (i migliori al mondo!) ai cuochi, dagli operai edili ai sommellier. Queste agenzie, se nascessero sancirebbero il fallimento passato. L’intervento pubblico deve smetterla con la retorica perché l’attendibilità delle dichiarazioni ha raggiunto il punto più basso, e un’intera generazione è stata turlupinata nelle sue giuste ambizioni. Dovrebbe invece fare una cosa più intelligente: ammettere la sconfitta del tanto celebrato “Sistema Italia”. Dovrebbe negoziare con gli altri governi un sistema complesso, fatto di opportunità nascoste, settori in crescita, tutela dei nostri giovani all’estero. Le possibilità sono infinite, tutte migliori della disperazione e del declino. Si abbia il coraggio di assumersi le responsabilità di fronte a milioni di giovani ai quali non viene offerto un diritto inalienabile e poi si cerchi di correggere i guasti. Ovviamente un Paese senza giovani muore, ma non possiamo pensare che tutti partano, molti rimarranno per le ragione più varie, ma non possiamo neanche permetterci il lusso di perdere la metà di intere generazioni di giovani. Eventualmente ai giovani che vanno a lavorare oggi all’estero si potrebbe garantire un vantaggio fiscale se vorranno rientrare. Non sarebbe la prima volta, ed alcuni precedenti sono nobili: nel Rinascimento lo stato italiano non esisteva, ma dal nostro paese partivano le migliori menti, i talenti più versatili, gli artigiani più preparati e davano lustro alle corti europee che li valorizzavano.

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About Alberto Forchielli

Presidente dell'Osservatorio Asia, amministratore delegato di Mandarin Capital Management S.A., membro dell'Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente il Sole24Ore - Radiocor