Anche la Cina vuole il suo american dream

porto Singapore

Quando la carestia smette di essere un incubo, le aspirazioni si trasformano in sogno. Un paese che conosce le privazioni e la penuria alimentare non può permettersi di sognare ma deve soltanto sopravvivere. Se invece soddisfa le esigenze giornaliere ed è temuto in campo internazionale, può immaginare un futuro più luminoso, costellato da ambizioni e successi. E’ questo il caso della Cina, dove da alcuni mesi il dibattito politico e’ imperniato sull’elaborazione del ‘Chinese dream’, un’enunciazione dello scorso Novembre da parte del neo segretario del Pcc, Xi Jin Ping. La prospettiva di creare un sogno cinese e’ stata piu’ volte affermata, fino a crearne una formula incessante. La macchina della propaganda le ha fatto da grancassa ed oggi lo slogan e’ dominante. Appare nelle canzoni popolari, negli elaborati degli studenti, nei dibattiti accademici. Alcuni studiosi hanno promosso il carattere ‘sogno’ come l’ideogramma dell’anno 2012. Le parole d’ordine dei precedenti leader cinesi erano al contrario pieni di implicazioni politiche, utili per giustificare svolte ideologiche, indirizzare lo sviluppo economico, assicurare la coesione sociale. Questa volta invece l’indicazione è diversa, contemporaneamente piu’ prosaica e ideale. Parla alle persone e alle loro famiglie, con un richiamo alla grande manifestazione popolare   delle Olimpiadi del 2008, il cui slogan era appunto ‘One World, One Dream’. Il sogno cinese presuppone la prosperità, una conquista, peraltro non compiuta, che la Cina ha raggiunto dopo decenni di impegno, risparmi e successi. Ora può mirare ad una migliore qualita’ della vita, sulla scorta dell”American dream’ del dopoguerra. Se tuttavia il sogno degli Usa era evidente – e diffuso da migliaia di film per l’immaginario collettivo – quello cinese rimane ancora indefinito. In effetti Xi non ha delineato percorsi, metodi e risorse per raggiungerlo. La sua visione e’ lasciata ad una raccolta filologica di discorsi e interviste che non ha tuttavia raggiunto la dignita’ di un’impostazione programmatica. Gli aggettivi usati per qualificare il sogno sono quelli attesi: forte, libero, ricco, armonioso, rispettato. E’ prevedibile che un prossimo documento sintetizzi gli obiettivi di una società più ambiziosa, in grado di soddisfare le aspirazioni comuni dei suoi cittadini: casa, istruzione, lavoro, diritti. Appare una ricerca di normalità, per fare giustizia di squilibri che hanno segnato lo sviluppo cinese: dalla violazione ambientale al rifiuto del multipartitismo, dalla corruzione alla disparità di reddito. In attesa dei risultati, sono i militari per primi a dare il benvenuto al richiamo ideale. Per loro il sogno cinese si identifica con la forza del nazionalismo, e dunque con una Cina globalmente rispettata. Inevitabilmente, la mente torna al passato, prima della Guerra dell’Oppio del 1840 e dell’inizio del ‘secolo delle umiliazioni’. Allora la Cina era il paese economicamente più grande al mondo e solo l’impreparazione militare – secondo i falchi di Pechino – le ha fatto conoscere l’invasione straniera e perdere la supremazia. Se prevarrà questa impostazione il sogno cinese entrerà in rotta di collisione con quello statunitense, perché metterà in discussione la ‘pax americana’ che regna in Asia Orientale. Per ora prevalgono la prudenza e l’attesa, nell’auspicio che le tensioni lascino spazio alle aspirazioni. Non a caso, il Segretario di Stato John Kerry – nel suo recente discorso a Tokyo – ha affermato che il sogno cinese e quello americano sono universali e possono dunque estendersi in piu’ collettivo e rassicurante ‘Pacific dream’.

Related Posts with Thumbnails
PDF    Invia l'articolo in formato PDF   

About Alberto Forchielli

Presidente dell'Osservatorio Asia, amministratore delegato di Mandarin Capital Management S.A., membro dell'Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente il Sole24Ore - Radiocor