Il debito condanna la crescita ad una vita in apnea?

 

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La prima sfida del nuovo Governo Italiano è quella di sopravvivere tra le molte pulsioni da cui l’eterogenea maggioranza che lo sostiene è strattonata. L’IMU e la necessità della sua abolizione ne é solo un eclatante esempio.

Come abbiamo già illustrato in passato il rimborso IMU prima casa vale in media meno di 120€ per famiglia. Un po’ pochino per pensare di riattivare così i consumi.

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Viceversa per i conti dello Stato rappresenta una mancata entrata di 4 mld€ annui, che andrebbero coperti con tagli ai servizi o aumenti di prelievo fiscale -diretto o indiretto- su altre voci. Anche dalle righe del Financial Times si cerca di riassumere la questione IMU descrivendola come necessità politica, ma non una reale necessità del Paese:

E così, dopo aver rassicurato il pubblico di “Che Tempo Che Fa” sul fatto che la questione IMU appartiene a tutte le forze politiche, il neo primo ministro ha chiarito che:

Ma sarà vero? E’ possibile creare crescita senza alimentarla con nuovo debito?

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Come siamo arrivati alle politiche di austerity? Da una parte, dopo il fallimento di Lehman Brothers hanno cominciato a comparire gli spread sui titoli di Stato in Europa, che hanno finito per acuire le distorsioni interne all’area euro. Dall’altro una strutturata ricerca del duo RR (Reinhart-Rogoff) aveva fornito “munizioni intellettuali” per l’introduzione di politiche di austerità come ricetta per i mali dell’Occidente.

Una politica di austerity fu già introdotta in Italia nel 1973-74, ma con origini e scopi molto diversi: lo shock petrolifero di quegli anni, e la conseguente impennata inflattiva (l’inflazione passò dal 10 al 19 percento), indussero il governo a imporre le domeniche a piedi non per ragioni di inquinamento, ma per contenere le importazioni. Via via che le cose migliorarono si passò poi alle targhe alterne ed in seguito al liberi tutti. Dal 1975 ripresero anche gli esodi estivi.

Oggi invece l’introduzione delle politiche di austerity derivava dalla necessità di fermare un processo di accumulo costante di debito in un clima divenuto recessivo (PIL in discesa) e quindi non più capace di reggere con aumenti di PIL la crescita del debito. La ricerca di RR aveva in qualche modo certificato che un debito/PIL superiore al 90% diventa scientificamente inefficiente, comportando più costi che benefici, con la logica deduzione che solo la riduzione del debito al di sotto di quella soglia poteva dare lo spazio alla ripresa di politiche fiscali espansive. Se è vero che ci sono stati degli errori nella formulazione del paper di Reinhart e Rogoff, come l’omissione di alcuni dati e l’utilizzo di alcuni riferimenti non aggiornati, è anche vero che una logica di buon senso ci fa intuire che da qualche parte ci sia una soglia oltre la quale il debito genera una spesa per interessi superiore al beneficio di avere risorse da spendere.

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Come sempre bisogna avere misura nel dare giudizi, come era sbagliata l’ideologizzazione del massimo rigore, altrettanto è sbagliato ripudiare la disciplina additandola addirittura come causa della recessione, facendo una classica inversione tra causa ed effetto.

A titolo di promemoria, ad esempio, ci sono le parole di Draghi, nella sua lectio magistralis tenuta il 6 maggio all’Università LUISS di Roma in occasione della Laurea ad Honorem a lui insignita:

“Le politiche di bilancio devono essere mantenute su sentieri sostenibili, aldilà delle oscillazioni cicliche. Senza questo presupposto non c’è crescita duratura possibile. Specialmente per i Paesi con livelli di debito pubblico strutturalmente alti, quindi non temporaneamente elevati a causa della crisi attuale ciò significa non tornare indietro dagli obiettivi già raggiunti. Non si dimentichi che, in un contesto istituzionale in cui la solvibilità degli Stati sovrani non è più un fatto acquisito e la governance dell’Unione è ancora incompleta, la mancanza di credibilità della finanza pubblica di un Paese si traduce rapidamente in separazione delle banche di quel paese dal resto del mercato finanziario dell’euro e la mancanza del credito per il settore privato di quel Paese: è l’esperienza che stiamo vivendo.”

Quindi il superamento dell’austerity non è da intendersi come abbandono delle politiche di controllo della spesa e rientro dai deficit, ripudiando quanto fatto finora. Non si tratta di tornare a premere sull’acceleratore, ma solo di allentare un po’ il freno, inutile far inseguire illusioni (farfalle) ai cittadini.

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Il Governo Letta, appena insediato, senza dare un elenco di priorità ha parlato di sospensione IMU (rivedibile in annullamento), ma anche di contenimento degli aumenti automatici di IVA, gestione del tema “esodati” e rifornimento della cassa integrazione, le cui risorse si stanno esaurendo.

Sembra che l’Italia stia per uscire dalla procedura di infrazione per eccesso di indebitamento, e -sembra- che il Governo voglia illuderci che appena la procedura verrà ritirata potremo permetterci di largheggiare nuovamente. Non è così. Per il ritiro della procedura di inflazione servono il rispetto del parametro del 3% di deficit/PIL, ma anche l’impegno (tangibile) a non uscire dai binari di una sana e prudente gestione del bilancio pubblico. Pertanto le voci di cui sopra devono trovare adeguata copertura. Come verranno rimodulate le spese?

Negli Stati Uniti il Dipartimento del Tesoro per la prima volta in sei anni ripagherà parte del suo debito con una riduzione netta di 35 mld$ mentre il piano emissioni di inizio anno prevedeva un incremento di 103 mld$. Sono gli effetti della manovra di riduzione di spesa e aumento delle tasse scattata a inizio d’anno. Nell’attuale anno fiscale, che terminerà a settembre, il deficit statunitense sarà di 845 miliardi, in deciso calo rispetto agli oltre mille miliardi registrati annualmente negli ultimi quattro anni.

Quello che sta facendo il Governo americano è abbassare il deficit e rilanciare economia allo stesso tempo. Barack Obama l’ha detto chiaramente in conferenza stampa:

“il sequester rallenta la crescita, fa perdere posti di lavoro e danneggia le persone nel nostro Paese, ma la soluzione sta in un accordo di ampia portata. Bisogna fare quello che è bene per il Paese, ma ci vorrà tempo”

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Il tempo è in effetti ciò che l’Europa potrebbe non avere, anche a causa della rigida applicazione dell’austerity con il suo allegato di disagio sociale.

I toni e l’approccio sul tema austerity stanno per fortuna cambiando in Europa, lasciando il posto a congetture maggiormente orientate a riforme pro-crescita, con il consolidamento fiscale visto poi come conseguenza di un irrobustimento dei PIL. Ma lo spazio,è opportuno dirlo fin d’ora, è assolutamente limitato.

La ricerca di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff è stata smontata, quindi il dogma della relazione fra alto debito e bassa crescita non è più così robusto, l’interrogativo dominante in Europa ora è se l’alto debito comporti bassa crescita o se -viceversa- sia la bassa crescita a spingere in alto il debito.

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Tutto questo fa soltanto frenare l’enfasi sull’urgenza del contenimento dei deficit, visto l’impatto sui PIL del consolidamento fiscale (evidenziato anche dal FMI)

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Lo stesso presidente della Commissione UE, Barroso, ha detto che il focus sull’austerity sta rapidamente diventando politicamente insostenibile. Questo però non deve indurci troppo a sperare (ma direi quasi nemmeno a tifare) in una virata verso politiche troppo spinte. Ad alcuni Paesi come Spagna o Francia sono stati concessi tempi più lunghi, ma l’obiettivo di allineamento del deficit rimane fermo, questo libera risorse -senz’altro- rispetto a quanto preventivato, ma non deve farci sbandare nell’illusione di una virata di 180°, ma solo come la conseguenza della revisione di obiettivi divenuti, alla luce dell’evolversi degli eventi, irraggiungibili.

L’espansione dei budget richiede il reperimento di risorse, e -visto che non è certa la trasformazione di spesa in crescita- queste andrebbero concesse in anticipo. Altro credito, insomma, ed in Germania l’opinione dominante -almeno al momento- è che dare risorse ai Paesi periferici significa lasciare che i loro governi rallentino o addirittura rinuncino alle riforme del lavoro, alle liberalizzazioni e alla riduzione degli apparati burocratici (che spesso restano integri in quanto bacini di voti).

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Per questa ragione abbiamo sentito la BCE così pronta a sostenere le dinamiche di breve termine: la barra sul risanamento strutturale di lungo termine verrà mantenuta ben salda. Questo anche perché i Paesi core in Europa, Germania in primis, non hanno né intenzione, né necessità di rilassare le loro politiche fiscali, anche perché la convinzione che la spesa generi crescita è tutt’altro che radicata, anzi, a causa delle dinamiche demografiche il “Vecchio Continente” rischia di diventare un “vecchio incontinente” con dinamiche di crescita della spesa per welfare, senza che questa comporti alcuna crescita. Semmai la disciplina per la sostenibilità di lungo termine è vista come ancor più necessaria per garantire la sostenibilità dei sistemi pensionistici e sanitari anche a coloro che oggi sono i giovani contribuenti e che avranno buon diritto di chiedere la loro quota di coperture sociali quando non saranno più in età lavorativa.

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Pertanto credere (o far credere) che le istituzioni europee permetteranno un rilassamento eccessivo dei bilanci pubblici allo scopo di alimentare una ipotetica crescita che permetta il risanamento dei bilanci attraverso la crescita del PIL anziché attraverso il controllo delle dinamiche di spesa è probabilmente una illusione, difficilmente praticabile sul piano politico. Almeno fino al 22 settembre prossimo, quando la Germania andrà al voto: è possibile che il dibattito pre-elettorale renda evidente all’opinione pubblica tedesca l’opportunità pratica di conservare integra l’eurozona e pertanto che al nuovo Governo tedesco venga assegnato un mandato più europeista e tollerante. Viceversa la massima aspirazione cui le politiche locali possono arrivare è quella di una estensione dei tempi di rientro, senza che questo permetta di eludere in alcun modo il concetto di rientro, con la conseguenza che l’attuale periodo di crescita asfittica si prolungherà ancora a lungo, con le relative conseguenze sociali e politiche nei Paesi più fragili.

Le spettacolari foto in apnea di questo post sono di Andreas Franke
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About bimboalieno

Operatore finanziario professionale dal 1998; ha collaborato con diverse banche italiane ed estere. Si può scoprire dell'altro cliccando qui. Oggi é responsabile di un centro di Private Banking. Professional financial trader since 1998; he has worked with several Italian and foreign banks. You can learn more here. Bimboalieno is currently in charge of a Private Banking centre.