Asia divisa tra il dominio economico e la lezione europea

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English version Se si considerassero i freddi risultati economici, la previsione sul futuro sarebbe scontata: il ventunesimo secolo segnerà il dominio dell’Asia, almeno della sua porzione estremo orientale. Questa convinzione è divenuta un mantra, una profezia destinata ad auto avverarsi. In realtà i dati congiurano verso quella direzione: popolazione, territorio, crescita economica, quest’ultima declinata nelle sue variabili principali: commercio, investimenti, consumi, accumulazione di ricchezza. La crisi, soprattutto in Europa, ha dato forza alla previsione. Anche l’ultima decisione di politica monetaria – la riduzione del tasso di interesse (ormai prossimo allo zero) da parte della Bce – segnala che il Vecchio Continente arranca e non è in grado neanche di utilizzare l’ossigeno offerto. Contemporaneamente, l’Asia offre pochi segnali di flessione. La crescita continua e già ora tre delle quattro più grandi economie al mondo, misurate in termini di Pil a parità di potere d’acquisto, sono asiatiche (Cina, India, Giappone). Il passaggio di consegne sembra epocale, ma la sola economia è sufficiente a produrre questo cambiamento? Inoltre: l’assenza di integrazione politica in Asia può essere trascurata o sarà essenziale trovarne forme più stabili e lungimiranti? L’Europa ha scelto da alcuni decenni la strada del multilateralismo. Ha condotto a risultati altalenanti, ma più frequentemente positivi. Nonostante la crisi corrente e i conflitti regionali l’Europa è sostanzialmente in pace, democrazia e prosperita’. Sta perdendo smalto economico, ma costituisce ancora un modello. L’Asia invece non coniuga sviluppi politici a quelli economici, proprio perché si basa su rapporti bilaterali spesso limitati e squilibrati. Ha prevalso il timore di perdere la sovranità, la titolarità della funzione statuale, sia che derivi da antiche civiltà che da dolorose lotte per l’indipendenza. L’Asia è costellata da accordi, ma nessuno ha la visione dell’Unione Europea, dell’Unione Africana o dell’Organizzazione degli Stati Americani. L’economia – soprattutto il commercio internazionale – è alla loro base. La libera circolazione delle merci e l’attrazione degli investimenti ne sono il cardine, all’insegna del liberismo e della cooperazione internazionale. In questo ambito l’Asean, l’Associazione dei paesi del sud-est asiatico, rappresenta l’esempio migliore, anche se il suo intervento si ferma alle frontiere di ogni paese, nel rispetto del principio base: la non interferenza negli affari interni. Per ironia, le tre grandi economie industrializzate del nord-est asiatico trovano un’occasione di dialogo solo nell’Asean+3′. Cina, Giappone e Corea del Sud sono infatti divise da lunghe e indelebili tensioni, le cui memorie belliche non sono state cancellate dalla collaborazione economica. Politica e sicurezza comuni sono dunque estranee alla rinascita dell’Asia. Non a caso, le sue tensioni militari sono tutte irrisolte. Ad un quarto di secolo dalla fine della guerra fredda in Europa, esse permangono ancora minacciose in Oriente ove è in corso un processo di riarmo importante che fa dall’Asia l’unico continente con spese di difesa in crescita. La Cina, pur paladina del suo peaceful rise, mantiene dispute territoriali con quasi tutti i paesi confinanti. Il recente avvicinamento alla Russia è l’eccezione, probabilmente solo transitoria, perché giuste rivendicazioni territoriali cinesi nei confronti della Russia permangono, in un panorama che vede le rivendicazioni sconfinare con preoccupazione verso il Mar Cinese meridionale. Il problema di Taiwan non è risolto, la reciproca animosità storica tra Seul, Pyongyang e Tokyo permane, le tensioni militari tra India e Pakistan rimangono minacciose. Quelle tra Cina da un lato e Vietnam e Filippine dall’altro stanno drammaticamente venendo alla luce. Stiamo in questi giorni anche assistendo ad una preoccupante escalation militare-diplomatica tra India e Cina. L’assenza di organismi internazionali che possano far valere la mediazione è una delle cause, sicuramente tra le più importanti, del rinvio di soluzioni pacifiche. L’Europa potrebbe costituire un esempio, se in Asia i nazionalismi, la diffidenza, gli interessi di breve respiro perdessero la supremazia. Forse in regresso sul piano economico, probabilmente alla ricerca di una maggiore integrazione politica, l’Europa può dunque offrire la sua esperienza multilaterale di composizione dei conflitti, a condizione che l’Asia, ma soprattutto la Cina sia pronta a pensare che l’economia da sola sia insufficiente a farlo. I vantaggi competitivi di carattere economico che l’Asia vanta sull’Europa sono evidenti, ma quanto duraturi se avvengono in assenza di un quadro stabile e pacifico? Che valore economico vogliamo dare al contesto di pace e serenità che l’Europa ha saputo creare intorno a se? Su almeno questo i giovani europei possono sorridere con soddisfazione e guardare al futuro con riacquistato orgoglio e fiducia.

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About Alberto Forchielli

Presidente dell'Osservatorio Asia, amministratore delegato di Mandarin Capital Management S.A., membro dell'Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente il Sole24Ore - Radiocor