Competitività e nanismo industriale

 

nanismo

Molteplici sono le cause della difficoltà con cui l’Italia cerca di uscire dal pantano (da non confondere con le cause che hanno spinto l’Italia nel pantano). Una di queste, secondo la Commissione Europea, è la dimensione delle imprese tricolori: troppo piccole, affette da “nanismo industriale”.

Si fa un gran parlare di squilibri macroeconomici che creano divergenze in Europa e delle rigide regole imposte dall’Unione che non aiutano ad attenuarne gli effetti. Vedo, con un certo fastidio, dissertare animatamente talvolta sull’elasticità monetaria e lo spazio di intervento della BCE, altre sulla rigidità nella gestione dei conti pubblici che deriva dal pareggio di bilancio e altre ancora della mancanza della “necessaria” valvola di sfogo della svalutazione.

Quello che è sbagliato, in questi ragionamenti, è che i temi vengano affrontati uno alla volta, singolarmente, facendo sì che la discussione non riesca a produrre nulla. Perché è chiaro ed evidente che la sobrietà di una banca centrale sia un valore, e che non si possa affidare ad una sua gestione “elastica” la risoluzione dei problemi. Altrettanto è chiaro come ciò che ci ha portato all’austerity e all’aberrazione del pareggio di bilancio in Costituzione è stata l’incapacità di usare con intelligenza la facoltà di fare deficit: la spesa pubblica è un potente strumento per contrastare una congiuntura negativa, ma occorre avere il coraggio politico di fare surplus negli anni in cui il ciclo economico è favorevole. Infine è noto e chiaro a tutti che la svalutazione sia un toccasana momentaneo, che sicuramente dà una spinta di competitività ma non aggiusta strutturalmente nulla, non corregge le divergenze.

Tuttavia è altrettanto evidente che uno Stato, che prima di ogni altra cosa deve occuparsi della felicità e del benessere dei propri cittadini, da qualche parte deve pur poter agire per contrastare la congiuntura negativa. Si tratta di fissare delle priorità, come già detto recentemente altrove. A mio avviso sarebbe meno dannoso privilegiare la stabilità di una cosa strutturale come la moneta concedendo più flessibilità sulle altre due opzioni, badando bene a che questa flessibilità venga usata per il riordino degli squilibri di bilancio e non come un bonus da bruciare sull’altare del mantenimento dello status quo e delle inettocrazie.

Elasticità monetaria, deficit di bilancio e svalutazione sono tre voci utili ad avere il tempo di correggere le storture nella propria struttura economica, ottime medicine per i sintomi, ma che non hanno nulla a che vedere con la cura della malattia.

La questione è dunque:

  1. mostrare di avere la determinazione di voler correggere davvero le divergenze strutturali
  2. evidenziare come questo non sia possibile nello schema di rigidità complessiva
  3. concordare su quali punti ottenere una elasticità, finalizzata solo alla correzione degli squilibri e non a sedercisi comodamente, arte nella quale troppe volte nel passato abbiamo saputo dimostrare di essere dei veri maestri

La diffidenza nella nostra capacità di rispettare gli impegni presi ha radici profonde, ed è la causa per la quale c’è tanta resistenza nel ridurre le rigidità che ci opprimono.

E quali interventi strutturali occorre sviluppare? Si tratta di riforme profonde, che afferiscono a temi come fedeltà fiscale, mercato del lavoro, corruzione, burocrazia, costo del lavoro, mobilità sociale, istruzione, civic engagement, tasso di criminalità… e -ci segnala la Commissione Europea- una forte sindrome da ”nanismo industriale”, che genera incapacità di reazione del sistema industriale a una crisi prolungata.

Il costo del capitale, per esempio, è indubbiamente maggiore per le piccole imprese. L’incertezza politica -per fare un altro esempio- colpisce più duramente le imprese a forte caratterizzazione locale. E poi ci sono gli aspetti comportamentali: moltissime micro-imprese italiane sono sottocapitalizzate perché per anni regolarmente gli utili prodotti sono stati trasformati in risparmi accantonati dai proprietari e non reinvestiti in azienda:

“la predominanza di piccole imprese può essere spiegata dalla loro incapacità di entrare nel circolo virtuoso della espansione e della crescita della produttività. Nel 2011 la media di occupati per impresa in Italia era di 4 persone contro 11,8 in Germania e 5,6 in Francia. Le micro-imprese rappresentavano il 95% del totale delle imprese contro l’83% in Germania e il 93% in Francia. Il nanismo industriale italiano ha impedito alle imprese di beneficiare degli effetti positivi della globalizzazione”

Pur restando  il secondo Paese manifatturiero dell’area euro con il 16,7% del totale del valore aggiunto nel 2011 contro il 22,3% tedesco, l’11,5% francese (l’Eurozona nel suo complesso è al 16,6%), l’Italia è in crescente difficoltà sul fronte delle esportazioni, che dal 2007 calano del 6,3% l’anno mentre nell’Eurozona il tasso medio di export è sceso del 4,2%. Questo accade per il costante aumento dei costi unitari del lavoro, che è superiore alla media dell’area euro, e che pertanto rende l’Italia -relativamente agli altri Paesi- meno produttiva, inoltre esiste un tema di “specializzazione nei prodotti di bassa e media tecnologia, che implica un mix di esportazioni molto simile a quello della Cina e di altri mercati emergenti, che possono beneficiare di costi del lavoro più bassi”. L’Italia è sempre meno interessante anche per gli italiani: la creazione netta di imprese manifatturiere è stata negativa per tutto il decennio 2000

A tutti questi fattori se ne aggiunge in questa fase un altro: il credit crunch dovuto ad un sistema bancario fortemente sotto pressione a causa delle svalutazioni e pressato dagli spread. Anche se si era dimostrato in grado di resistere nel 2008-2009, dal 2011 si è rivelato vulnerabile -a causa del rapporto incestuoso con lo Stato- nella crisi del debito sovrano.

“La più lunga recessone dalla seconda guerra mondiale ha deteriorato significativamente la capacità del settore finanziario di sostenere la ripresa dell’economia e l’aggiustamento verso attività più produttive.”

Un altro degli aspetti strutturali da riformare

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About bimboalieno

Operatore finanziario professionale dal 1998; ha collaborato con diverse banche italiane ed estere. Si può scoprire dell'altro cliccando qui. Oggi é responsabile di un centro di Private Banking. Professional financial trader since 1998; he has worked with several Italian and foreign banks. You can learn more here. Bimboalieno is currently in charge of a Private Banking centre.