Cina-Usa: lo stile Kerry piace ma non è ancora feeling

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La prima visita in Asia del Segretario di Stato statunitense ha toccato le tre capitali più importanti dell’Estremo Oriente. Dopo Seul, John Kerry ha visitato Pechino e quindi Tokyo. Il programma era in realtà imposto dai fatti, essendo le tre città gli epicentri delle relazioni asiatiche, sia nella storia che nella cronaca corrente. In Cina Kerry ha incontrato il nuovo leader Xi Jin Ping ed altri esponenti della dirigenza. E’ stato accolto da una benevola apertura di credito, considerato il suo differente approccio rispetto a Hillary Clinton. Secondo la stampa cinese, le posizioni di principio della passata amministrazione sono state sostituite da una visione più realista e pragmatica. Questo differente atteggiamento inevitabilmente conduce verso un maggior peso negoziale della Cina, date le sue dimensioni e la sua crescita. Anche accettando questa ipotesi, le tensioni tra Pechino e Washington sono tutt’altro che risolte. I comunicati finali privilegiano il clima costruttivo dei colloqui, la collaborazione sulle questioni di fondo, la volontà di risolvere i problemi con la mediazione. Eppure non ci sono stati passi in avanti significativi sulle tre questioni principali sul tavolo delle discussioni: le sanzioni contro l’Iran, il cyber terrorismo, il pericolo nord-coreano. Pechino non vuole prendere una posizione netta contro Teheran. Non valuta soltanto le forniture di petrolio, ma il principio che l’interferenza diretta negli affari interni di un paese non debba essere mai essere presa in considerazione. Nel caso della protezione informatica, le valutazioni sono agli antipodi con quelle di Washington: ogni capitale accusa l’altra di essere responsabile di violazioni. Sulla penisola coreana infine si concentravano le maggiori aspettative. Non sono mancate le convergenze iniziali e le affermazioni di rito.

“Ci siamo trovati d’accordo nel richiedere alla Corea del Nord di rinunciare alle provocazioni e di rispettare gli obblighi internazionali”

sono state le parole di John Kerry. Non avere trovato invece forti posizioni comuni è stato lamentato degli osservatori occidentali, a conferma del fallimento della missione che avrebbe dovuto strappare a Pechino un impegno formale e sostanziale per bloccare la minaccia nord-coreana. Pechino si è limitata a sostenere la de-nuclearizzazione della penisola coreana e che la questione deve essere trattata e risolta attraverso il dialogo e la consultazione. La frase del Consigliere di Stato Yang Je Chi -all’apparenza neutra- testimonia il diverso approccio delle due superpotenze verso Pyongyang. La redazione congiunta della recente risoluzione di condanna alle Nazioni Unite, aveva forse illuso di una convergenza contro la Corea del Nord. Se la condanna può essere comune, il metodo per risolvere la minaccia è differente. Pechino vuole stemperare la tensione, facendo pressioni dietro le quinte. La Casa Bianca vuole invece un’azione più drastica e pubblica. E’ una soluzione che la Cina non auspica: una tensione incontrollata alle sue frontiere condurrebbe a sbocchi imprevedibili, tutti dagli esiti negativi per Pechino, dall’esodo verso le sue frontiere ai combattimenti alle sue frontiere. Questo spiega la prudenza cinese e la differenza con le visioni statunitensi. John Kerry ne è perfettamente al corrente e con realismo le ha accettate, al contrario dei media occidentali che ingenuamente si attendevano passi risolutivi che non potevano avere luogo.

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About Alberto Forchielli

Presidente dell'Osservatorio Asia, amministratore delegato di Mandarin Capital Management S.A., membro dell'Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente il Sole24Ore - Radiocor