Cina: vince su Apple ma resta a caccia dell’indipendenza hi-tech


In una ironica rivincita lessicale, la Cina pone nel mirino i suoi nemici con l’accusa di arroganza. A lungo denunciata per il suo nazionalismo culturale ed economico, ora Pechino accusa la Apple di essere avida, disonesta e incomparabilmente arrogante. Le scuse di Tim Cook, CEO della Apple, in un comunicato di ieri, dimostrano che la prova di forza – indipendentemente dalla veridicita’ delle accuse – ha prodotto effetti soddisfacenti per la Cina. L’antagonismo si è dipanato in un crescendo meticoloso, probabilmente così ben orchestrato da non essere spontaneo. E’ iniziato con una protesta per un futile motivo commerciale – l’introvabilità di un guscio protettivo per l’iPhone – in una trasmissione del canale televisivo statale CCTV dedicata ai diritti dei consumatori. In seguito la rete è stata affollata da post su Weibo (il twitter locale), tra i quali spiccano quelli di alcune celebrità che hanno infiammato le posizioni. Infine – e più importante – la stampa non si è sottratta a continuare la campagna contro l’azienda di Cupertino, guidata da un editoriale del Quotidiano del Popolo, l’organo del Pcc. Le rimostranze degli utenti contro il servizio post-vendita di Apple non giustificano un’azione mediatica così massiccia. Molti micro-blogger infatti hanno protestato chiedendosi perché i media di stato si occupano in modo così ossessivo del servizio post-vendita di Apple invece di preoccuparsi dell’acqua gialla che esce dai rubinetti, dei 10mila maiali morti nel fiume a Shanghai, dell’insopportabile inquinamento di Pechino e dell’infanticidio provocato da latte in polvere avariato. Il consumo di prodotti Apple in Cina procede intanto a gonfie vele. I tassi di crescita nell’ultimo triennio sono stati astronomici, con un incremento annuale medio del 230%. E’ prevedibile che nel 2016 le vendite in Cina, ora al secondo posto, supereranno quelle negli Stati Uniti. Per questo la Apple ha indugiato soltanto pochi giorni prima di chiedere scusa per il servizio di assistenza e per la mancanza di una comunicazione efficace che ha condotto alla percezione di arroganza. Il mercato cinese è infatti strategico per l’azienda. Interrogarsi sui motivi di questa disputa dai toni apparentemente inspiegabili conduce verso un ventaglio di ipotesi, tutte plausibili seppure non con lo stesso grado di convinzione. E’ possibile che la vicenda tragga origine dall’irrigidimento di Pechino verso le multinazionali. Una lunga e contrastata luna di miele ha dato i frutti sperati: le aziende si sono arricchite e la Cina si è modernizzata. Ora lo schema è messo in discussione dal Dragone, la cui forza negoziale è cresciuta prepotentemente. Il suo ruolo gli impone un apparato produttivo più sofisticato, per il quale non può contare su iniezioni dall’esterno. In questo caso il messaggio sarebbe subliminale ma comprensibile: la Cina è disposta ad ogni mezzo per acquisire la tecnologia che non ha. Esiste poi una possibile rivincita nei confronti degli ostacoli che le aziende cinesi – soprattutto quelle dei settori informatici come la Huawei – trovano negli Stati Uniti. La dotazione finanziaria spesso non è sufficiente ad acquisire aziende strategiche nei mercati industrializzati. E’ possibile infine che la nuova dirigenza voglia dare una dimostrazione di forza all’alba del suo insediamento, proprio mentre le tensioni con i paesi limitrofi del Pacifico raggiungono livelli non registrati da decenni. E’ tuttavia probabile sia il ritardo industriale la causa principale della disputa con Apple, soprattutto nello sviluppo di sistemi operativi compatibili con l’hardware. Android ha ormai una posizione dominante e inattaccabile in Cina, grazie alla sua qualità e soprattutto alla sua inimitabilità. Alla fine del 2013 è previsto che 300 milioni di smartphone cinesi useranno Android per le loro apps, ben 76 milioni in più rispetto al 2012. Soltanto due settimane prima che le accuse contro Google iniziassero, è stata pubblicata una ricerca di un think-tank del China’s Ministry of Industry and Information Technology (MIIT). Le sue conclusioni sono state inequivocabili: Google e Android sono troppo potenti; la Cina dovrebbe essere meno dipendente e sviluppare un’industria nazionale. Vengono così alla mente le vecchie dispute con Google e si riafferma l’idea che le società IT sono un bersaglio automatico quando sono potenti. Apple, Google, Android appaiono essenziali per la Cina, perché la loro qualità è irraggiungibile. Al tempo stesso non sono controllabili e i loro segreti rimangono tali. Nell’incertezza e nell’impotenza, anche un attacco mediatico senza apparente motivo trova dunque la sua giustificazione. Le scuse della Apple sembrano dar ragione alla Cina, ma presto si scoprirà se il Paese saprà rendersi indipendente dalla Silicon Valley o se invece questa battaglia ha registrato soltanto una vittoria di Pirro.

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About Alberto Forchielli

Presidente dell'Osservatorio Asia, amministratore delegato di Mandarin Capital Management S.A., membro dell'Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente il Sole24Ore - Radiocor