Proprietà intellettu​ale, nuova frontiera di Xi

proprietà intellettuale

Per una volta il tempo gioca a sfavore della Cina. Il tempo passa e il Paese non riesce a imporsi come modello: la sua forza economica è temuta ma non apprezzata, i suoi successi sono riconosciuti ma non vengono lodati. Il presunto coinvolgimento nel commercial hacking, la pirateria commerciale, con una percezione generale ormai così forte e diffusa da non avere bisogno di evidenze probanti, le sta alienando le simpatie del mondo degli affari. Questa volta non si tratta di temi nobili come i diritti umani o la protezione ambientale che possono dar vita a posizioni talvolta incoerenti in nome del pragmatismo. Le imprese straniere sono ormai convinte che gli impegni assunti da Pechino nel campo della protezione della proprietà intellettuale rimarranno nel campo delle buone intenzioni. E’ ormai difficile dare ulteriore fiducia agli annunci della dirigenza cinese, l’esperienza recente li contraddice e nessuna impresa porta più in Cina la tecnologia più recente. I laboratori di ricerca e sviluppo che si inaugurano oggi sono ormai legati solo a progetti specifici per applicazioni relative al mercato cinese. Troppo forte è il timore di furti di idee, di violazioni dei computer, per delocalizzare ricerca e innovazione di base in Cina. E le giustificazioni della dirigenza cinese alle accuse di cyber hacking ripetono una litania stanca e inaccettabile con la richiesta di ‘prove inoppugnabili’ della violazione. La Cina appare incagliata in un modello di sviluppo quantitativo, dove le innovazioni sono dentro processi produttivi conosciuti. Dal Paese non provengono soluzioni alternative, nuovi modelli, tecnologie originali. Il Paese avrebbe bisogno di innovazione, ma non può attendere che l’albero della ricerca dia i suoi frutti senza l’apporto degli investimenti stranieri. Il nuovo Presidente Xi sa che la strada percorsa si sta rivelando un boomerang per la Cina. La sua autorevolezza, unita ad una riconosciuta competenza, gli consente di affrontare il problema alla radice, eliminando i residui di un passato ormai obsoleto, ma duro a morire. Una Cina rispettata deve e può imporre il governo della legge, non rifugiarsi dietro la propaganda o attendere dagli accusatori l’onere della prova. Le violazioni, sia legali che informatiche, penalizzano chi le subisce ma danno un vantaggio di corto respiro a chi le effettua. L’auspicio è che la Cina allontani i sospetti e riprenda un cammino in sintonia con la sua storia e la sua cultura. Le capacità non le mancano.

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About Alberto Forchielli

Presidente dell'Osservatorio Asia, amministratore delegato di Mandarin Capital Management S.A., membro dell'Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente il Sole24Ore - Radiocor