Mercati valutari in agitazione


Non so quanti abbiano notato una stranezza particolare della crisi che stiamo vivendo: allo scoppio della crisi, un gran numero di valute che non erano coinvolte nel disastro si sono svalutate. Questi movimenti si sono poi invertiti dopo un anno. Una vera anomalia rispetto alle precedenti crisi: anziché fuggire dai Paesi epicentro della turbolenza, i capitali ci si sono tuffati dentro. Inoltre i differenziali nei tassi di interesse hanno spinto al contrario di quanto la logica avrebbe fatto supporre, segno evidente che le operazioni di carry-trades dominano sui fondamentali.
Le due crisi che hanno avuto in passato movimenti valutari così forti sono state quella asiatica del 1997 e quella del default del debito russo nel 1998.
Chiaramente in entrambi questi precedenti lo scoppio della crisi portò ad attacchi speculativi sui Paesi coinvolti, portando forti deprezzamenti delle loro valute e delle valute dei Paesi “simili”. In quella attuale, al contrario, il fatto che l’epicentro del terremoto fosse il sistema finanziario americano non ha impedito che i capitali cercassero rifugio nel dollaro, a danno delle valute emergenti.
Inoltre, sorprendentemente, l’inversione del movimento è giunta rapida e intensa, mentre precedentemente dopo lo storno si sono visti rimbalzi, con recuperi che hanno richiesto anni. Probabilmente anche questo aspetto deriva dai carry trades: prima sono stati smontati per una impennata di avversione al rischio e poi ricostruiti sulla base di una rinnovata fame di risky assets.
D’altra parte il concetto di “safe haeven” dipende dal contesto, potrebbe essere infatti ‘basso rischio’ oppure ‘elevata liquidità’ e nella crisi attuale ciò che ha prevalso è esattamente questo aspetto: i titoli americani erano la spiaggia sicura dove appoggiarsi perché più liquidi, più scambiati, più “riconosciuti”.
La correlazione tra tassi e valori delle monete viene poi aumentata dai carry trades:
Un carry trade si verifica quando viene assunta una posizione “lunga” (in acquisto) su uno strumento ad alta cedola, finanziando l’operazione con una posizione “corta” (un debito) su uno strumento a bassa cedola, generalmente espresso in un’altra valuta.
L’investimento rimane profittevole finché la rivalutazione della moneta su cui si è corti non annulla il differenziale di rendimento.
Le posizioni in carry trade portano pressione al rialzo sulla valuta acquistata e ribasso su quella presa a prestito, in pratica è un meccanismo autoalimentante.
Naturalmente questo comporta che nel momento in cui, per qualche ragione, il meccanismo si rovina e la valuta d’appoggio inizia a rivalutarsi ecco che le posizioni vengo smontate per evitare di avere perdite, col risultato di autoalimentare il meccanismo anche al contrario.
Naturalmente anche i flussi di capitali influenzano il valore delle monete, con la differenza che quando il vento cambia direzione, queste posizioni non vengono smontate in fretta e furia.
Veniamo poi al fenomeno del riapprezzarsi di quelle valute che sono state colpite dalla crisi: diversi sono i fattori che portano al riapprezzamento, certamente la ripresa dei carry trades, ma anche le migliori prospettive di crescita per economie esportatrici di materie prime come Australia, Brasile o Norvegia, senza dimenticare il sistema bancario che in questi Paesi risulta più sano. I tassi di interesse in crescita, o stabili su livelli molto più alti di quelli occidentali, fanno il resto.
Diversi Paesi infatti hanno iniziato una politica di rialzo dei tassi. Questo riflette la maggiore espansione del credito e le crescenti pressioni inflazionistiche, oltre a dimostrare che in quei Paesi la ripresa c’è davvero.
In Cina sono state aumentate le soglie di riserve richieste alle istituzioni finanziarie di un 0,5% e in seguito a questa decisione l’indice di Shaghai è sceso del 2,3%. Un mese dopo la Banca del popolo (la Banca centrale cinese) ha annunciato una nuova stretta, ancora di uno 0,5% e di nuovo le azioni sono scese rapidamente. Il 29 gennaio, la Reserve Bank of India ha annunciato un incremento di riserve di cassa per le banche di uno 0,75%, per ridurre la liquidità in eccesso e frenare le aspettative di inflazione. Queste mosse generano nel mercato l’aspettativa di imminenti rialzi dei tassi ufficiali.
Sulle economie mature, al contrario, gli operatori stanno operando sulle aspettative che i rialzi dei tassi arriveranno più in là e più lentamente del previsto, anche perché la stessa Fed e la BCE dichiarano che la politica dei tassi rimarrà accomodante ancora a lungo. E i deboli dati macro che arrivano da USA, UK ed UE non fanno certo pensare ad una ripresa vigorosa e rapida, e fanno scontare ai mercati obbligazionari rendimenti minimi anche su duration medie. La curva dei tassi rimane ad ogni modo piuttosto ripida e, se le aspettative di inflazione non risaliranno, un “carry trade” facile e profittevole è quello di finanziarsi a breve e investire a lungo, ovvero la via maestra con cui si risanano i bilanci bancari. Il pericolo ovviamente è che le banche potrebbero caricarsi di un eccessivo rischio duration,
così che quando poi giungerà la fase dei rialzi dei tassi si dovranno rapidamente smontare le posizioni anche sui titoli lunghi, accelerando il loro deprezzamento.

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About bimboalieno

Operatore finanziario professionale dal 1998; ha collaborato con diverse banche italiane ed estere. Si può scoprire dell'altro cliccando qui. Oggi é responsabile di un centro di Private Banking. Professional financial trader since 1998; he has worked with several Italian and foreign banks. You can learn more here. Bimboalieno is currently in charge of a Private Banking centre.