Contenimento dell’incendio sociale europeo

I mercati anticipano. E’ uno dei dogmi più ricorrenti che i sentono ripetere. Viene assegnata ai mercati la capacità di prevedere gli eventi, in realtà i mercati anticipano solo ciò che si sa, o quantomeno si percepisce. Facciamo qualche esempio: se una azienda dichiarasse la cessazione delle attività a partire dal mese successivo perché i debiti superano i mezzi e le capacità dell’azienda stessa, gli azionisti -sapendolo- inizieranno a vendere i loro titoli a prezzi decrescenti fino allo zero, “anticipando” l’azzeramento di valore della società per cessazione delle attività. Ugualmente quando una casa farmaceutica ottiene il via libera per un farmaco innovativo ecco che le azioni di quella società iniziano a rivalutarsi verticalmente “anticipando” i futuri proventi derivanti dalle vendite del nuovo prodotto. I mercati non possono anticipare l’invenzione del farmaco, ma -una volta acquisita l’informazione che un nuovo farmaco è in vendita- anticipano i proventi che ne verranno.

Pertanto quando si dice che esistono segnali di una possibile ripresa europea nella seconda metà del 2013, questa non viene dall’osservazione dei mercati azionari in recupero, ma dai valori di alcuni indicatori anticipatori e dall’analisi delle stime. Se la ripresa fosse una certezza (come il farmaco approvato nell’esempio di prima) i listini farebbero ben altri movimenti. Anzi, l’abbondante liquidità mantiene sostenuti valori (e magari li spingerà ancora più in alto) ma alcune delle stime vengono anche smentite dai fatti: ne abbiamo già accennato nel “balzo prodigioso che non c’è” ma oggi il capo economista dell’OCSE, Padoan, ha dovuto ammettere che “l’eurozona continua a registrare dati deludenti, peggiori delle aspettative e delle -già pessimiste- precedenti stime”.

Ma Barroso, Presidente della Commissione UE, non ci sta. Chiede all’Europa di smetterla di commiserarsi e prova a snocciolare motivi di orgoglio ed ottimismo:

“Contrariamente alla credenza popolare, la base industriale europea resta forte. Nell’Unione europea il surplus commerciale manifatturiero è di circa 300 mld€, cinque volte superiore al surplus di 12 anni fa. La quota di mercato mondiale della manifattura è rimasta invariata in Europa, mentre USA e Giappone hanno perso quote a vantaggio delle economie emergenti. Parallelamente, il numero di posti di lavoro nell’industria e servizi alla produzione di beni manifatturieri è aumentato nella Ue negli ultimi 15 anni (sono 35 milioni in tutto) mentre il contrario è avvenuto nelle altre due aree. Si aggiunga il surplus nei servizi che si è moltiplicato per venti in 10 anni a oltre 100 miliardi, la bilancia agricola passata da un deficit a un surplus. Complessivamente la bilancia delle merci e dei servizi è leggermente negativa per 74 miliardi, ma si tratta di una dimensione relativamente piccola rispetto al commercio totale o al deficit americano ed è dovuta soltanto alla forte dipendenza dall’energia importata.

La questione energetica è uno svantaggio sempre più importante che pesa sui costi industriali: i prezzi minimi del gas negli USA costituiscono per l’economia americana un volano eccezionale. Per questo l’industria europea – e italiana – ritengono il prezzo dell’energia un asset fondamentale (anche se da noi nessun partito presenta uno strutturato piano energetico nei programmi elettorali) che gioca a favore o contro la re-industrializzazione. Negli Usa la produzione di gas è passata -dal 2001 ad oggi- da 10 a 140 miliardi di metri cubi, pari al 23% del fabbisogno nazionale di gas naturale, mentre in Europa la costruzione di impianti di rigassificazione è un miraggio che si allontana anno dopo anno.

La voglia di Barroso di evidenziare quanto di buono si è sviluppato negli anni passati serve (oltre a rilanciare la sua candidatura, visto che il prossimo anno scadrà il suo mandato e lui spera nel rinnovo) probabilmente a indorare la pillola delle prospettive di breve termine europee, ancora difficili, con la fiducia dei manager dell’industria europea, soprattutto sul portafoglio ordini, che non riesce a decollare. Quindi un problema c’è e piuttosto grosso. 


Le divisioni nel Parlamento Europeo sono note, liberisti (il responsabile del commercio De Gucht e la britannica Ashton) da una parte e corrente pro-industria (Tajani e Barnier in primo luogo) dall’altra, in un contrasto che forse può stemperarsi grazie alla mano tesa di Obama, che ha lanciato, nel suo “State of the Nation” di pochi giorni fa, il tema di un accordo commerciale USA-UE. Si tratta di una importante opportunità di rilancio, anche se bisogna ricordare sempre che se si vuole esportare di più occorre anche importare di più: esportazioni e importazioni non possono essere considerate da un ristretto angolo mercantilista dato che due terzi delle importazioni europee sono materie prime, beni intermedi e componenti necessari alle imprese europee per produrre. Non solo: anche un iPhone disegnato in California e prodotto nel Guangdong ha un contenuto di prodotto europeo del 12%.

Il vero rischio è che di fronte alla mano tesa dagli USA sorgano nuove tensioni nei paesi membri e tra i paesi membri a causa delle ricadute non dirette e lineari e di improduttivi ragionamenti “campanilistici”.


Nella recente travagliata trattativa sul bilancio europeo ne abbiamo visti i prodromi: mentre in una nota congiunta, Joseph Daul (conservatori), Hannes Swoboda (socialisti), Guy Verhofstadt (liberali) e Rebecca Harms con Daniel Cohn-Bendit (Verdi), affermavano che

“il bilancio nella sua forma attuale non potrà che indebolire la competitività dell’economia europea. Non è nell’interesse dei cittadini europei”

Mario Monti spiegava che

“L’accordo sul bilancio europeo 2014-2020 raggiunto oggi nel corso del vertice dei capi di Stato e di Governo rappresenta un risultato soddisfacente per l’Italia. Rispetto ai tagli severi rivendicati con insistenza da alcuni Paesi, siamo riusciti a salvaguardare alcune politiche che riteniamo essenziali per l’Europa, e particolarmente per l’Italia, per esempio le grandi reti di trasporto e alcuni programmi chiave per promuovere la crescita e l’innovazione tecnologica, come Iter e Galileo, che non hanno subito nessuna riduzione di fondi, e quelli più cari ai cittadini, come Erasmus. E’ stato fortunatamente possibile salvaguardare anche il fondo per gli indigenti, che rimane al livello previsto a novembre.”

Il contributo al bilancio Europeo da parte dell’Italia si ridurrà nei prossimi sette anni di 700 mln€: passiamo da uno sbilancio di 4,5 mld€ (del periodo 2007-2013) ad uno di 3,8 mld€ per il periodo 2014-2020. Il risparmio ottenuto genera 400 mln€ da destinare al nuovo fondo per l’occupazione giovanile, ma questo a quanto pare non basta a far dare al responsabile economico del PD, Fassina, un giudizio altrettanto benevolo:

“L’accordo sul bilancio europeo 2014-2020 raggiunto a Bruxelles è un grave arretramento politico dell’Unione Europea. Il blocco di governi conservatori guidati da Cameron ha impedito di trovare un equilibrio per dare alla Commissione europea maggiori strumenti per affrontare i profondi problemi dell’Unione. Si riducono le risorse rispetto al bilancio precedente e si tagliano i capitoli più rilevanti per ridurre gli squilibri strutturali tra Paesi membri e promuovere sviluppo sostenibile. L’Italia minimizza i danni sia sul versante dei fondi strutturali sia sul versante della politica agricola, ma il risultato complessivo rimane davvero preoccupante. Il Parlamento europeo deve evitare tale regressione politica che, sul piano economico, rende ancora più complicati i problemi dell’euro”.

Un successo italiano all’interno di un insuccesso collettivo europeo, quindi, sintetizzando le parole di Fassina. Probabilmente il senso profondo rimane quello di una necessità di un diverso processo decisionale: una Unione di 27 Paesi (e presto saranno 28) non può decidere con voti che si determinano su spinte che provengono da 27 (presto 28) esigenze locali. Occorre un soggetto che ragioni e voti con l’ottica dell’aggregato europeo, ma probabilmente prima occorre sciogliere un nodo essenziale: la compresenza di una crisi economica che riguarda tutti i 27 paesi e le problematiche di una moneta unica, che però riguardano solo i 17 di quei 27 Paesi.

è di questo avviso il Ministro per le politiche UE, Enzo Moavero Milanesi:

“Sposterei l’attenzione sull’idea di un bilancio dell’area euro (non dell’UE, quindi. ndBA), che potrebbe rappresentare un embrione, per non dire un inizio, di bilancio federale che potrebbe permettersi l’emissione di titoli di debito pubblico europeo”

Date un’occhiata alla vostra agenda, chissà che per il prossimo settennato…

Le foto che spengono l’incendio della Crisi in questo post sono di Tim Tadder
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About bimboalieno

Operatore finanziario professionale dal 1998; ha collaborato con diverse banche italiane ed estere. Si può scoprire dell'altro cliccando qui. Oggi é responsabile di un centro di Private Banking. Professional financial trader since 1998; he has worked with several Italian and foreign banks. You can learn more here. Bimboalieno is currently in charge of a Private Banking centre.