La difficile risalita

Dopo un lungo periodo di discesa, l’economia europea ed italiana sono alla ricerca di una via per risalire la liscia parete della “crescita”. La campagna elettorale, tutta incentrata su alleanze e “voti utili”, genera uno sconforto che può portare qualche elettore a propendere per vecchi residuati, privi di alcuna ricetta, che la cosa migliore che riescono a promettere è di “non-essere l’avversario”. Più o meno lo slogan è “Se non vuoi lui, vota me“.

Poco conta -evidentemente- chi era al timone quando le carte dicevano che le secche erano vicine, poco conta -evidentemente- come si è comportato, come ha gestito la situazione. Quello che conta, agli occhi di un elettore sprovveduto, è il suo non-essere l’altro candidato. C’è chi si accontenta davvero di poco (e, a dispetto del motto, non gode; anzi, poi manifesta disgusto e istinto forcaiolo).

Possiamo arrabbiarci quando il mandato dato ai nostri rappresentanti non viene rispettato, ma se il solo mandato che diamo loro è quello di non-essere l’altro candidato perdiamo ogni diritto di sentirci traditi, poi.

Meglio quindi concentrarci sui contenuti e sulle proposte, valutarli, pesarli e pensare come meglio spendere la preferenza nell’urna. Una occasione ce la offre il Centro Studi Confindustria, secondo cui si sta delinando uno scenario costruttivo:

“L’economia italiana sta toccando il fondo della dura recessione: si delineano i presupposti di un rimbalzo che può dare avvio alla ripresa. Si intravede un allentamento delle tre cause del regresso: credit crunch, iper-restrizione dei bilanci pubblici e frenata della domanda globale. Basilare per la ripartenza è che si sollevi la cappa di paura creata dalla situazione politica interna: è cruciale che l’esito delle imminenti elezioni dia al Paese una maggioranza solida, che abbia come priorità le riforme e la crescita. La nostra stima per l’ultimo trimestre dell’anno 2012 è di un calo del PIL di almeno lo 0,6 per cento. La sfiducia ha compresso la domanda interna oltre quanto giustificato dalla situazione dei bilanci familiari e aziendali: gli acquisti di beni durevoli sono scesi molto più del reddito disponibile, gli investimenti ai minimi storici in rapporto al PIL e le scorte bassissime. Resteranno deboli le costruzioni che necessitano di misure specifiche.  D’altro canto, si registrano continui segnali di progresso, alcuni perfino nell’Eurozona, grazie al contagio positivo innescato dalle decisioni della BCE e dei governi. Ciò ha messo in moto un drammatico miglioramento mondiale delle condizioni finanziarie e una ritirata dell’avversione al rischio.  Per l’Italia, l’indicatore anticipatore Ocse delinea prospettive di ripresa del PIL nel secondo semestre 2013.

Sul fronte occupazione, le imprese hanno attese in peggioramento nel trimestre in corso e il Centro studi stima che a dicembre, per quanto riguarda la cassa integrazione, siano state utilizzate 340mila unità standard, l’1% in meno rispetto al mese prima, dovuto però alla perdita di lavoro da parte dei cassintegrati. La Cassa integrazione contribuisce, volendo guardare le cose dall’altro verso, a generare numeri migliori di altri Paesi sul fronte dei posti di lavoro persi, perché i numeri espressi da Olli Rehn, commissario Ue agli affari economici, sono molto espliciti a riguardo:

Tra il 2000 e il 2011 sono stati persi circa 2 milioni e mezzo di posti di lavoro nel settore manifatturiero nei quattro paesi più grandi dell’Eurozona: Germania, Francia, Italia e Spagna. Nel dettaglio in Italia sono stati persi 370 mila posti, in Spagna 750 mila, in Francia 750 mila, in Germania 570 mila.  L’andamento dell’economia riflette un dualismo: l’economia si trova in stagnazione o recessione mentre le peggiori tensioni di mercato si sono stemperate e sta tornando la fiducia. Se all’alta disoccupazione  e alla perdita costante di posti di lavoro nel settore manifatturiero si aggiungono gli alti livelli di debito e l’effetto dell’invecchiamento della popolazione sulle casse pubbliche si ha la misura della dimensione dello sforzo necessario per invertire la rotta. Occorre facilitare i contratti di lavoro permanenti e assicurare un più facile ritorno all’attività a coloro che perdono il posto.”

Dunque crescita, PIL, occupazione. Questi i temi chiave da inserire in agenda, mentre l’emergenza spread e deriva del debito ora è sotto controllo, basta non sbandare facendosi prendere da demagiche tentazioni. Per affrontare i temi suggeriti da Rehn Confindustria propone un proprio piano chiamato “terapia d’urto”. Un nome cinematografico per stimolare la ripresa. Come un ragno, il piano di Confindustria cammina su otto zampe:

  1. il pagamento immediato di 48 miliardi di debiti commerciali accumulati da Stato ed enti locali per ridare ossigeno alle imprese
  2. tagliare dell’8% il costo del lavoro nel manifatturiero e cancellare per tutti i settori l’Irap che grava sull’occupazione
  3. lavorare 40 ore in più all’anno, pagate il doppio perché detassate e decontribuite
  4. ridurre l’Irpef sui redditi più bassi
  5. aumentare i trasferimenti agli incapienti
  6. aumentare del 50% gli investimenti in infrastrutture
  7. sostenere gli investimenti in ricerca e nuove tecnologie
  8. abbassare il costo dell’energia.

Secondo lo studio che sta alla base di questo piano con queste misure il PIL aumenterebbe in 5 anni di 156 miliardi di euro, al netto dell’inflazione, ovvero 2.617 euro per abitante;

l’occupazione si espanderebbe di 1,8 milioni di unità con il tasso di disoccupazione in discesa all’8,4% dal 12,3% (previsione per il 2014):

Il carburante che muove il motore di questo piano da 316 miliardi in cinque anni si chiama efficienza burocratica e razionalizzazione della spesa pubblica. La rimessa in moto del ciclo non deve indurre al reindebitamento, ma all’uso della crescita per la riduzione del debito, che genererebbe ulteriori risparmi e nuove risorse:

Occorre anche, per trovare le risorse necessarie all’attuazione di questo piano, dismettere e privatizzare una parte del patrimonio pubblico; armonizzare gli oneri sociali; riordinare gli incentivi alle imprese; aumentare del 10% l’anno la lotta all’evasione; armonizzare le aliquote Iva. Perché una Pubblica Amministrazione efficiente non sarebbe più un semplice “costo” ma un elemento di spinta:

Siamo arrivati all’ultimo minuto per cambiare il volto del nostro Paese e se non si mette mano a una svolta precisa di fronte c’è il declino che non possiamo e non vogliamo accettare; la crescita è una priorità assoluta. Se non si è capaci di ritrovare la crescita ne va del futuro dei nostri giovani e delle nostre imprese. Dobbiamo tornare a crescere. E’ un imperativo e un obiettivo raggiungibile. Dobbiamo rendere più flessibile il mercato del lavoro. La riforma Fornero non è stata sufficiente per una vera liberalizzazione del mercato del lavoro. Riteniamo che il prossimo Governo debba arrivare a una formulazione più in linea con quanto è stato fatto nella maggior parte dei Paesi europei“. Questo il pensiero del presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi.

Sarebbe bello sentire i candidati dibattere su questi argomenti. Perché su queste proposte si può concordare oppure no, dismissioni, ulteriore flessibilità del mercato del lavoro, aumento dell’IVA… a qualcuno piacerà, a qualcun altro no, tagliare il costo del lavoro e chiedere 40 ore in più all’anno è la giusta ricetta in una crisi da sovraproduzione? Ma perché non discutere di questo invece che delle “facce” che si presentano sui manifesti?

[per chi volesse approfondire il documento integrale è disponibile qui]

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About bimboalieno

Operatore finanziario professionale dal 1998; ha collaborato con diverse banche italiane ed estere. Si può scoprire dell'altro cliccando qui. Oggi é responsabile di un centro di Private Banking. Professional financial trader since 1998; he has worked with several Italian and foreign banks. You can learn more here. Bimboalieno is currently in charge of a Private Banking centre.