Salario minimo, reddito di cittadinanza o sussidio: scocca l’ora del chiarimento

Secondo Jean-Claude Juncker, nel suo discorso di commiato dalla presidenza dell’Eurogruppo, andrebbe introdotto un salario minimo europeo “altrimenti perderemo la credibilità e il sostegno dei lavoratori”.

Il ministro italiano del Lavoro, Elsa Fornero, ritiene che tale norma ridurrebbe il valore dei contratti nazionali, facendo su base continentale un ragionamento da “sindacalista della nazione”: come la robustezza delle garanzie del contratto nazionale riduce i termini di contrattazione degli accordi integrativi, così norme continentali riducono in margine di operatività dei contratti nazionali.

Inaspettatamente in accordo con Elsa Fornero c’è Susanna Camusso:

“Penso che la proposta di un salario minimo europeo sia assolutamente coerente con un’ipotesi che c’è, e noi non condividiamo, dentro la Commissione Ue, cioé quella di non avere contratti nazionali, ma al massimo la contrattazione di secondo livello. Come è noto, noi pensiamo che il contratto nazionale sia uno strumento insostituibile”

All’interno di questo dibattito, generando forse confusione, si sente parlare con insistenza da parte di una forza politica (il Movimento 5 Stelle) di reddito di cittadinanza, concetto di cui -quando si chiedono delucidazioni sulle coperture- si scopre che probabilmente sottende in realtà un “sussidio di disoccupazione“.

Se a questo punto non siete ancora confusi, probabilmente non avete ancora ben chiaro l’intreccio.

Iniziamo a distinguere le cose per categoria:

  • il salario minimo è una garanzia di reddito per lavoratori. Serve a ridurre il rischio di dumping salariale
  • il reddito di cittadinanza è una remunerazione per tutti, lavoratori e non, ricchi e poveri. Separa il concetto di reddito da quello di “produzione” o partecipazione attiva alla società.
  • il reddito minimo garantito è uno strumento per indigenti e non lavoratori. Serve a dare una capacità di sussistenza a chi non accede a forme di retribuzione e non gode di solidità patrimoniale.
  • il sussidio di disoccupazione è uno strumento per ex-lavoratori. Serve a sostenere il tenore di vita di chi ha perso il lavoro

parlare di queste cose (e qualcuno lo fa) come se fossero la stessa cosa, genera confusione.

Vediamo ora la fattibilità ed i costi (e dunque le relative esigenze di copertura) di ciascuna delle tre. Valutando questo, e confrontandolo con il beneficio sociale che deriverebbe dall’introduzione di uno o più di queste proposte, potremo capire per cosa valga la pena di impegnarsi.

Il salario minimo

Dal’inizio della crisi economica e finanziaria nel 2008 la situazione nei mercati del lavoro dell’Eurozona è peggiorata significativamente e progressivamente: dopo aver toccato un minimo storico del 7,2% nel febbraio del 2008, il tasso di disoccupazione nell’area € è salito a un massimo storico dell’11,7% nel dicembre 2012 e le previsioni sono per un 12,1% per il 2013 e un ritorno all’11,9% nel 2014, la discesa proseguirebbe nel 2015, quando si arriverà ad un lussuosissimo 11,2%. Queste le previsioni, passibili di modifica (spesso succede). Perché preoccuparsi di tutelare quella che è sempre più una élite (cioé i lavoratori) con una garanzia di salario minimo? Innanzitutto sarebbe un’imposizione di legge che non impatta sui bilanci pubblici in modo diretto: lo Stato non concede un bel niente, semplicemente impone ai datori di lavoro di garantire dei livelli salariali minimi. Si cerca attraverso la legge di ridurre lo sfruttamento dei lavoratori ( da élite a sfruttati in sole due righe, non so se ve ne siete resi conto… tanto per dire come siamo messi…)

Ad oggi il divario di condizioni fra i lavoratori giovani e quelli più “datati” è consistente (ed in allargamento), i lavoratori giovani e scarsamente qualificati sono stati colpiti duramente dalla crisi: mentre in Spagna e in Grecia il tasso di disoccupazione giovanile è aumentato di oltre 30 punti percentuali tra il 2007 e il 2012, arrivando oltre il 50%, in Germania, Olanda e Austria la disoccupazione giovanile è rimasta nettamente inferiore al 10% e questo deriva dalla maggiore vulnerabilità al licenziamento dei lavoratori più giovani, perché hanno contratti meno tutelati ed occupano spesso posizioni temporanee. L’allungamento delle età pensionabili conseguente alle riforme previdenziali ha accentuato questa dinamica

L’introduzione di un salario minimo interverrebbe in questa direzione, ma potrebbe anche aumentare le difficoltà di trovare lavoro per i giovani (o peggio incentivare il lavoro in nero). E’ per questa ragione che viene proposta da alcune parti politiche (quelle di ispirazione liberista) la ricetta di allentare le normative a tutela del posto di lavoro e la rimozione delle rigidità nelle retribuzioni: lo scopo è di accrescere la flessibilità salariale per facilitare l’accesso al mercato di nuovi lavoratori, in particolare di lavoratori più giovani.

In una frasetta: rimozione di diritti acquisiti. Certamente questo può sembrare ingiusto a chi si trova dal lato di chi pensa di averli acquisiti e percepisce che gli vengano sottratti. Ma credo sia opportuno ricordare che se la torta si riduce, l’alternativa a ridurre la dimensione delle fette di ciascuno è quella di lasciare qualcun altro col piatto vuoto.

Reddito di cittadinanza

E’ certamente la riforma più costosa ed ambiziosa. Secondo la proposta lanciata in campagna elettorale dal Movimento 5 Stelle andrebbe  garantito un reddito di cittadinanza da 1000€ al mese ad ogni cittadino maggiorenne, indipendentemente dal suo reddito, cognome o patrimonio. Non si tratta quindi di una sorta di “incentivo” a restare a casa invece che cercare un lavoro, come qualcuno sospetta, perché questo genere di sussidio non distingue tra lavoratori e non, viene erogato secondo il principio della sola cittadinanza. Il difetto è il costo enorme che avrebbe: come garantire 1000€ al mese ad una cinquantina di milioni di cittadini (ovvero 50mld€ al mese)? Bisognerà inventarsi qualcosa di più del taglio delle auto blu e dei rimborsi elettorali per pagarli…

Reddito minimo garantito

Una forma di sussidio di sussistenza più gestibile, in termini di costi per lo Stato, è quella del reddito minimo garantito: una provvista economica da riconoscere a coloro che non hanno un patrimonio da consumare e non hanno un reddito da lavoro. Questa soluzione offre al cittadino l’opportunità di contrattare condizioni più dignitose con i datori di lavoro (la sua alternativa al lavoro non è la mancanza di reddito), contemporaneamente costituisce però un incentivo a non cercare un lavoro, soprattutto quello stagionale, occasionale o part-time perché viene erogata indefinitamente ma solo finché mancano altre forme di reddito.

Finanziare questo tipo di intervento diventa decisamente più accessibile, soprattutto se andasse ad assorbire quanto già erogato oggi per indennità civili di vario titolo: invalidità, pensioni sociali minime, di accompagnamento.

Sussidio di disoccupazione

Per una “rimessa in funzione” del mercato del lavoro una delle priorità dovrebbero essere le politiche attive che aiutino i disoccupati a trovare un’occupazione, agevolando la ricerca di un nuovo impiego, e le politiche orientate a migliorare il capitale umano e le competenze dei lavoratori, in particolare quelli inattivi.

In quest’ottica la cassa integrazione più che una tutela rischia di diventare una galera: mantiene il lavoratore legato ad una posizione inattiva per anni, senza lasciargli la libertà di rimettersi realmente in gioco. Sostituire la cassa integrazione con un sussidio di disoccupazione abbinato a piani di formazione e strutture per il reinserimento al lavoro sarebbe una riforma a costo bassissimo, perfettamente gestibile anche in questi duri tempi di crisi e inizierebbe a scalfire quella cultura del “posto” di lavoro che arriva paradossalmente a danneggiare l’integrità della prima riga dell’articolo 1 della Costituzione

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro

E’ lecito, anzi direi doveroso, riflettere sui modelli sociali: allargare la base dei consumatori potrebbe essere la strada per ripristinare occupazione, proprio come il calo dei consumi dovuto a recessione e austerity ha provocato la frenata del ciclo economico. La trasformazione della Cassa Integrazione in sussidio di disoccupazione è un intervento da realizzare subito, perché non mette in nessun pericolo il risanamento del bilancio pubblico e non sottrae risorse alle possibili misure pro-crescita, per poi valutare tutti i come e i se di un reddito minimo garantito che aiuti a scaricare un po’ le spalle su cui grava il maggior peso di questa lunga Crisi (i giovani, gli indigenti, gli esodati e i disoccupati) spostandolo senza strilli o demagogie e con l’obiettivo di ricreare un ciclo economico più virtuoso.

E questo anche perché la via di rilancio dei consumi che altrove – in Giappone – viene perseguita (la svalutazione monetaria massiva) non la si intende percorrere: il premier giapponese Abe per contrastare la deflazione che da anni affligge l’arcipelago ha fatto spingere dalla BoJ lo Yen a svalutarsi in un trimestre di oltre il 20% sia contro il dollaro che contro l’euro.

Chi non ama le bolle speculative alzi la mano e la usi per siglare uno strumento “sociale” invece che una spinta monetaria smodata, che prima o poi… (Oltretutto la manovra del governo giapponese sarebbe inefficace se tutte le principali banche centrali mondiali la praticassero, costringendole senza via d’uscita a gareggiare l’una con l’altra nelle svalutazioni competitive, attività altrimenti detta guerra valutaria)

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About bimboalieno

Operatore finanziario professionale dal 1998; ha collaborato con diverse banche italiane ed estere. Si può scoprire dell'altro cliccando qui. Oggi é responsabile di un centro di Private Banking. Professional financial trader since 1998; he has worked with several Italian and foreign banks. You can learn more here. Bimboalieno is currently in charge of a Private Banking centre.