Facce da campagna elettorale

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 Mario Monti, dopo il raggiungimento di un obiettivo posto qualche settimana fa (lo spread a 287 punti, comunicato con un tweet che ha rimbalzato vorticosamente in Rete) ha intrapreso sempre più uno stile comunicativo nuovo (per lui), da consumato politico avvezzo alle campagne elettorali. Attacchi e allusioni alle altre parti in campo e promesse di buone intenzioni fiscali rilasciate a giorni alterni: un giorno sì e l’altro pure. E soprattutto si è persa per strada quella comunicazione asettica e priva di veli da governo tecnico che ha caratterizzato il 2012. Per districarsi nella foresta di dichiarazioni, liste di candidati, critiche, risposte, rimandi, accuse e relative repliche, per distinguere la realtà dalla mistificazione, per capire quali facce sono vere e quali invece sono espressioni “posticce”… maschere tenute insieme con lo scotch e che puntano a confondere le idee… è meglio fare un (quasi) breve riepilogo.

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Partiamo da qualche dato misurabile e concreto: il fabbisogno statale del 2012 ammonta a circa 48,5 mld€, cioé 15,2 miliardi in meno rispetto all’anno precedente che aveva chiuso con un fabbisogno annuo di circa 63,8 miliardi. Sul risultato ottenuto “incide soprattutto l’andamento più favorevole degli incassi fiscali” (riporto come da nota ministeriale): le entrate tributarie erariali presentano una crescita tendenziale pari al 4,1% (+15,029 mld€). Al netto del versamento al capitale per l’ESM (il fondo Salva-Stati) il fabbisogno dell’anno si sarebbe attestato a circa 42,8 mld€. Come dire: l’effetto positivo sui conti pubblici, ottenuto strizzando i cittadini, è nei numeri. Con un doppio beneficio: perché questo ha creato le condizioni di affidabilità per ingenerare gli interventi della BCE e la discesa degli spread e ora, con tassi più bassi, il servizio del debito costa meno all’Italia. Il risparmio rispetto ai momenti di massima tensione di tredici mesi fa vale già più dell’incasso IMU, a quanto pare.

Le coalizioni politiche, sentendo meno di prima il fiato sul collo dell’emergenza, tornano a proporre le loro brodaglie. Dalle più bizzarre (c’è chi promette di trattenere il 75% delle imposte nella Regione dove vengono pagate e di abolire contestualmente l’IRAP, anche se questo renderebbe insostenibile la Sanità pubblica in alcune parti d’Italia, definendo tutto questo “equità sociale“) a quelle più speziate (la linea Monti del “chi promette di toccare l’IMU dice una sciocchezza perché andrebbe poi un anno dopo reintrodotta in misura doppia” è diventata in pochi giorni: “rimoduleremo l’IMU, che va modificata e destinata ai Comuni” e nell’intermezzo c’è stato anche tempo per un “intendiamo abbassare di un punto l’IRPEF e congelare l’IVA“). E poi in ordine sparso tutti sulla riduzione del numero dei parlamentari e altre amenità gradite al pubblico votante.

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“Dovremo coalizzare coloro che sono per le riforme e non per la conservazione” dice Monti. A chi si riferisca è molto chiaro: siamo in pieno calciomercato dei contribuenti, se pensiamo che la Russia si è accaparrata la dichiarazione dei redditi del noto attore Gerard Depardieu dopo un lungo testa a testa con il Belgio. Chissà, forse si aprono spazi per una nuova professione: il procuratore di contribuenti… In questo clima esistono forze politiche che dicono che “i ricchi devono andare al diavolo“. E magari prendono anche applausi. Probabilmente per molti la ricchezza è una colpa a prescindere, indipendentemente dal come la si sia accumulata, e dimenticandosi di una realtà empirica: la globalizzazione è un enorme meccanismo di ridistribuzione della ricchezza e di riduzione delle diseguaglianze globali, anche se localmente –guardando il nostro piccolo orticello– sembra che la forbice si allarghi, in realtà si stringe:

E’ per questo, in fondo, che la globalizzazione piace così poco ai cittadini e ai lavoratori occidentali: lede i loro privilegi di cittadini del primo mondo. Ci stiamo affannando tanto, come nel nostro costume, a discutere delle persone, dei protagonisti: i Monti, i Brunetta, i Vendola, gli Ingroia, Grillo, Berlusconi, Maroni, Tremonti, Alfano… continuiamo a parlare poco, pochissimo dei contenuti, quale “progetto” si dà l’Italia? Passata la buriana, ammesso che sia passata o ammesso che la si passi, dove vuole andare questo Paese? Cosa vuole fare di se stesso? Su cosa vuole poggiare le basi del proprio futuro? Cosa immaginano per se stessi gli Italiani?

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Torna alla ribalta lo sport nazionale di dare la colpa a qualcun altro o a qualcos’altro: “in realtà non eravamo sull’orlo del baratro… le tasse le ha messe lui! No, le ha scritte quello là, noi le abbiamo solo promulgate. Sì ma io ho messo le detrazioni e le esenzioni. Ma che dici? Quelle le avevano già fatte i governi precedenti, sono solo entrate in vigore… e comunque è un complotto dei mercati, delle agenzie di rating, paghiamo le imposte per coprire i buchi dei tedeschi e delle loro banche… sono i mercati che vogliono soggiogarci…

Aaah …Quanta nostalgia mi sta già venendo per il governo tecnico, quello che si permetteva di dire le cose come le pensava, senza fronzoli e dichiarazioni orientate alla ricerca del consenso

Vorrei tanto sentire parlare (con il conforto di progetti seri) di riduzione delle imposte sul lavoro (il cuneo fiscale di cui si parla da dieci anni …appena rimane un attimo libero dai dibattiti sulla necessaria e inderogabile riforma della Giustizia…). Vorrei leggere i dettagli di un credibile piano di abbattimento del debito, non le proiezioni sulla carta del salumiere che ho visto fare nel “salotto” di Bruno Vespa con le decine di miliardi di € che venivano arrotondate “un tanto al chilo”. Vorrei sentire pronunciare la parole “coperture” -e relativi dettagli- quando si promettono sconti, riduzioni, alleggerimenti.

Vorrei sentir parlare comme il faut di spending review, di proposizioni sulla maggiore presenza o minore interferenza dello Stato nell’economia… e soprattutto vorrei che qualcuno avesse voglia di chiedere il conto degli interventi precedenti, perché desideriamo così tanto scordarci che tra chi si propone oggi ci sono gli ideatori di SCIP e SCIP2? Perché nessuno alza il ditino per chiedere conto del fallimento della imposta cedolare secca sugli affitti? O della Robin Tax compensata qualche mese dopo con i tremonti-bond?

Siamo consapevoli del fatto che data una esigenza di raccolta fiscale, per ogni mancata entrata (o imposta rivelatasi un flop) ne occorre un’altra sostitutiva (o di un taglio a qualche voce di spesa)?

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Sì, perché siamo dei campioni a lamentarci, a chiedere “facce nuove” (come se nuovo fosse già da sé sufficiente) poi, quando il più grande partito italiano fa le primarie, scopriamo di preferire le facce vecchie. e ri-scopriamo il piacere di litigare sulle facce invece che sui contenuti.

E’ più faticoso, più noioso, parlare dei contenuti, certo, ma se ancora non abbiamo capito quanto direttamente e profondamente la politica influenza il nostro quotidiano, quanto ci riguarda,  allora davvero (come dice qualcuno) ci meritiamo tutto.

Eppure guardando fuori da casa nostra siamo bravissimi: appena vergato l’accordo per il fiscal cliff americano siamo stati veloci a capire che avrebbe impattato sull’economia reale e che ancor più impatto verrà dalla disputa politica di febbraio per il nuovo innalzamento del tetto del debito federale (debt ceiling), necessario a evitare rischi di default e declassamenti che potrebbero scuotere economia e mercati.

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Per rimandare la questione fino a febbraio o al più a marzo il Dipartimento del Tesoro ha infatti “liberato” per ora 200 mld$ rinviando versamenti di contributi pensionistici ai lavoratori pubblici. Entro la nuova data il tetto dovrà essere alzato, pena una (assurda) spirale di default e paralisi temporanee del governo. L’opposizione repubblicana chiede in cambio tagli di spesa quantomeno equivalenti a qualunque innalzamento. Obama ha risposto che sul tetto del debito non intende trattare e che i tagli devono essere discussi in altra sede (è necessario continuare il percorso di rientro dal fiscal cliff ed Obama preferisce farlo con nuove tasse invece che tagliando la spesa sanitaria faticosamente conquistata). Nel 2011 lo scontro sul tetto tra Congresso e Presidente è già costato agli Stati Uniti il rating AAA sul debito sovrano da parte di Standard & Poor’s (ed uno scivolone su tutti i mercati ne ha accompagnato la deflagrazione) e il dramma potrebbe ripetersi se il battage politico non lascerà il posto ad un atteggiamento di maggior rispetto del bene pubblico in rapporto alle logiche di partito.

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Appena torniamo a casa nostra però, troviamo comprensibile e sostenibile che un partito dichiari di essere pronto a sfruttare la legge elettorale per “bloccare il Senato e rendere ingovernabile il Paese” ci sono subito i tifosi pronti a dire bene, bravo, bis.
Ci hanno indottrinati ad essere tifosi, schierati… divide et impera. Un popolo diviso fra schieramenti. Se senti uno che dice “bravo” a quelli dell’altra parte, allora è un venduto, un correo, uno stolto. Daje!
Il movimento “Fermare il declino” è partito da aspetti programmatici, su cui a suo tempo ho voluto esprimere la mia opinione, poi ha dovuto anch’esso cedere alla necessità di personificare il movimento, inducendo Oscar Giannino a candidarsi, contrariamente alle intenzioni da lui ripetutamente espresse.

Sarà un volto nuovo, di quelli tanto richiesti dalle masse, e con ogni probabilità non supererà nemmeno la soglia di sbarramento. Diciamo di volere il cambiamento, ma probabilmente perché non siamo così diversi da coloro che ci rappresentano e che continuano imperterriti a cercare qualcosa o qualcuno a cui dare la colpa. Abbiamo i nostri bersagli, le solite facce, e ce le teniamo ben strette per non rischiare di dover fare i conti con noi stessi.

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Le foto di questo post sono di Wes Naman
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About bimboalieno

Operatore finanziario professionale dal 1998; ha collaborato con diverse banche italiane ed estere. Si può scoprire dell'altro cliccando qui. Oggi é responsabile di un centro di Private Banking. Professional financial trader since 1998; he has worked with several Italian and foreign banks. You can learn more here. Bimboalieno is currently in charge of a Private Banking centre.