Licenza di tagliare


Il dibattito in Italia è sempre più infervorato: il risanamento dei conti pubblici deve continuare con una forte pressione sulle entrate (tasse), o deve concentrarsi sui tagli di spesa?

[sto deliberatamente trascurando la fronda di quelli che ritengono che non ci sia alcun risanamento da fare, che basterebbe avere la sovranità monetaria per non dover fare alcun sacrificio, che basta stampare ed usare quel denaro per coprire i debiti eccetera eccetera]

Come si può osservare dal grafico tratto da una interessante analisi sulla Public Governance presente sul sito dell’OCSE, i Paesi che si stanno impegnando in un consolidamento di bilancio sono parecchi. E fra essi non mancano, oltre ai vituperati PIIGS, anche la Germania, L’Olanda, il Lussemburgo, la Finlandia… insomma anche quei Paesi che vantano un rating AAA si stanno anch’essi adoperando per tenere in ordine i propri conti. Certamente l’entità del loro sforzo, vista la situazione meno critica, è minore; ma è interessante osservare come Paesi che secondo la superficiale opinione di qualcuno “ce l’hanno fatta” (e mi riferisco all’Islanda) hanno attuato un consolidamento più ingente di quello dell’Italia, così come più robusta -sempre a paragone con l’Italia- è la dose di sacrifici cui si è sottoposta la Gran Bretagna.

Un’altra osservazione che si può fare è quella relativa alla distribuzione temporale degli sforzi: nella parte in blu vengono indicate le riforme attuate nel periodo 2009-2011, mentre in nero si evidenziano le azioni di consolidamento del periodo 2012-2015. Alcuni -come l’Irlanda o la Rep. Ceca- hanno compiuto buona parte del lavoro di consolidamento nel periodo “blu”, la Turchia addirittura ha concluso interamente il consolidamento entro il 2011 e l’Estonia va anche oltre: concluso il riordino sta nuovamente alimentando la crescita con un intervento in direzione inversa.

L’Italia -insieme, tra gli altri, a Belgio, Francia, Olanda o Nuova Zelanda- ha invece concentrato buona parte degli sforzi nel periodo 2012-15. Quasi nulla era stato fatto prima; e su ciò che è in corso la critica generalmente si inquadra nel giudizio di un intervento quasi totalmente incentrato su nuovi prelievi fiscali e quasi per nulla su riorganizzazione della spesa (al cui interno ci sono le disprezzate sottocategorie: spese della politica, spese della pubblica amministrazione, sprechi e sperperi).

In effetti l’Italia è il Paese con il maggiore carico fiscale sulle imprese a livello europeo e nella top ten mondiale. Secondo uno studio svolto da Banca Mondiale, International finance corporation e PricewaterhouseCoopers, per peso fiscale e burocrazia l’Italia si colloca al 131° posto tra i 185 Paesi analizzati.

Il Total Tax Rate italiano è 68,3%, un’enormità se confrontato con la media UE (42,6%) e con la media mondiale (44,7%). In UE ci sono anche dei paradisi fiscali come il Lussemburgo (dove il Total Tax rate è 21%) che abbassano la media, tuttavia resta il fatto che in nessun Paese in Europa ci sia una tassazione pesante quanto quella italiana. Oltre ad essere alte, le tasse italiane sono anche complicate: le imprese spendono in media, per gli adempimenti fiscali, 269 ore all’anno.

Questi dati avvalorano quindi le tesi dei critici, ma rischiano anche di creare dei preconcetti. Il piano di consolidamento fiscale dell’Italia, come si commentava in riferimento al grafico di prima, è ben lungi dall’essere giunto a termine; anzi ha ancora parecchia strada da fare e l’analisi OCSE ci aiuta a capire come sono ripartiti gli sforzi.

L’Italia, secondo l’analisi, è costretta a misure doppie rispetto alla media dei Paesi OCSE (che è circa del 3% su PIL) perché sottoposta alla pressione dei mercati e costretta pertanto a riconquistare una credibilità sul fronte della politica fiscale. Quanto alla necessità di ridurre e azzerare il deficit, non avendo margine di credibilità politica, l’Italia si è presa nell’estate del 2011 l’impegno di autoimporsi il pareggio di bilancio addirittura in Costituzione.

Con i tre decreti legge e la legge di stabilità varati quest’anno il piano fiscale italiano ha un progetto di riordino complessivo pari al 6,1% del PIL, qualcosa più di 100 miliardi di €. Il 2012 porta interventi cumulativi pari al 4,3% del PIL, che arrivano al 5,9% nel 2013 e raggiungono l’obiettivo del 6,1% nel 2014, quando il deficit sarà azzerato (o meglio sarà 0,1% del PIL). La scomposizione dell’intervento in aumenti di entrate (tasse) e tagli alle uscite (spesa) muta nel tempo:

  • Nel 2012 il riordino è fatto di tagli al 38% e di aumenti di entrate per il 62%
  • Nel 2013 si passa al 46% di tagli e 54% di tasse
  • Nel 2014 si chiude con la fase finale del riaggiustamento composta al 49% da tagli e al 51% da imposte

Lo spostamento della strategia di riordino dei conti verso il fronte spesa, piuttosto che sul fronte del prelievo fiscale, è dunque insito nel piano. Ma le critiche rivolte al Governo hanno -numeri alla mano- le loro ragioni: innanzitutto con il 2012 si chiude la fase più intensa del consolidamento (visto che vale un 4,3% del PIL in un piano che complessivamente vale 6,1%) pertanto, ancorché nei prossimi due anni gli ulteriori interventi saranno più focalizzati sul fronte della spending review, non avremo certo la sensazione di un fisco più leggero; inoltre se facciamo lo sforzo di guardare al dato relativo ai Paesi OCSE scopriamo che la manovra di consolidamento fiscale, nella media, è composta per due terzi da tagli di spesa e solo per un terzo da aumenti fiscali.

Il rischio dunque è di ritrovarci, dopo un lungo calvario, alleggeriti del rischio sbandamento delle finanze pubbliche, ma con un impianto strutturale disincentivante per le attività d’impresa.

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About bimboalieno

Operatore finanziario professionale dal 1998; ha collaborato con diverse banche italiane ed estere. Si può scoprire dell'altro cliccando qui. Oggi é responsabile di un centro di Private Banking. Professional financial trader since 1998; he has worked with several Italian and foreign banks. You can learn more here. Bimboalieno is currently in charge of a Private Banking centre.