Iran: passa la linea cinese

**di Alberto Forchielli, presidente Osservatorio Asia**

A seguito delle sanzioni minacciate dagli Stati Uniti, le esportazioni di petrolio iraniano sono scese da 2,5 milioni di barili al giorno nel 2011 al livello attuale di 1,5. La riduzione é pesante per Teheran (che non ha grandi capacità di raffinazione) che ha visto deteriorarsi, con la flessione degli incassi in dollari, il valore della propria moneta. Lo scorso dicembre una legge di Washington imponeva pesanti restrizioni alle banche dei paesi importatori di petrolio iraniano. Sarebbero state escluse dall’accesso al sistema statunitense se il loro Paese non avesse significativamente ridotto gli acquisti di petrolio da Teheran. L’obiettivo era di togliere risorse per il temuto programma nucleare iraniano. Da allora, alcune eccezioni sono state messe in atto. Ad un’iniziale esenzione dai provvedimenti per 10 paesi europei (tra cui l’Italia) ed il Giappone, lo scorso Giugno sono stati aggiunti India, Malaysia, Corea del Sud, Taiwan, Sri Lanka, Turchia, Sudafrica e Taiwan. L’inclusione di quest’ultima e l’esclusione della Cina avevano ridato forza alla posizione più apertamente ostile a Pechino presente nei ranghi dell’Amministrazione Obama e nell’intero partito repubblicano. In un repentino ma non sorprendente cambio di direzione, sempre nello scorso mese, gli Stati Uniti hanno incluso la Cina – congiuntamente a Singapore – nella lista dei paesi non assoggettabili a sanzioni. La riduzione delle importazioni cinesi da Teheran nel primo semestre e’ stata determinante. Hillary Clinton ha affermato con soddisfazione: “Venti economie mondiali non saranno sottoposte a sanzioni. La loro azione collettiva e’ una chiara dimostrazione a Teheran che la continua violazione da parte dell’Iran dei suoi obblighi sul versante nucleare avviene a prezzo di enormi costi economici”. Anche Pechino e’ soddisfatta, sia per il risultato concreto che per aver avuto un’indiretta conferma che il sistema della sanzioni e’ inefficace. Dietro le dichiarazioni ufficiali traspare chiaramente una situazione più complessa. Le riduzioni dell’import cinese che ha dato luogo alla misura del Dipartimento di Stato – sono dovute ad una trattativa tra Pechino e Teheran tesa ad una riduzione del prezzo del greggio. Inoltre l’Iran ha accettato in pagamento renminbi e altre merci. Washington ne e’ rimasta soddisfatta perché’ la valuta cinese non é liberamente convertibile e non produce acquisti pericolosi da parte dell’Iran. Il paese centroasiatico vende il 21% alla Cina che ha triplicato i suoi acquisti negli ultimi 5 anni (l’Iran e’ il 13imo fornitore della Cina). La volubilità delle posizioni riflette la complessità della situazione. La Cina non vuole incrinare i rapporti con Washington, contemporaneamente intende usare la leva iraniana per ottenere concessioni ulteriori, non vuole rimanere troppo esposta verso un paese oggettivamente pericoloso e a rischio guerra come l’Iran. In un tavolo complesso negozia separatamente con tutti. I suoi obiettivi sono articolati ma nitidi nella loro direzione: la tutela degli interessi nazionali. Per ora sembra raggiungerli, anche se in un quadro di incertezza e di instabilita’. A fatica la Cina sta imparando che essere la seconda economia mondiale e il primo paese esportatore la obbliga a complessi impegni internazionali che non possono essere semplicemente riassunti nel consumato slogan della non interferenza.

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About bimboalieno

Operatore finanziario professionale dal 1998; ha collaborato con diverse banche italiane ed estere. Si può scoprire dell'altro cliccando qui. Oggi é responsabile di un centro di Private Banking. Professional financial trader since 1998; he has worked with several Italian and foreign banks. You can learn more here. Bimboalieno is currently in charge of a Private Banking centre.