Oltre il muro


L’idea di arrivare a violare i limiti e fissarne di nuovi è sempre stato una delle principali molle per l’evoluzione. Lo sport ne è un esempio eclatante, ma anche in economia il gioco di stabilire limiti e soglie (e di superarli) è un esercizio in voga da decenni.

Decenni in cui si creano e si annidano delle insidiose distorsioni, capaci di rendere complicato e tecnico ciò che in realtà è semplice e perfettamente comprensibile a tutti.

Il problema, quando le cose diventano apparentemente complicate e inspiegabili, è che dalle nebbie spuntano idee per soluzioni indolori, facilmente riconoscibili per il loro incipit: “basta che…”

Facciamo qualche esempio: “basta che… la banca centrale”, “basta che… si svaluti”, “basta che… le riserve auree” eccetera eccetera

Gli atterriti lettori, travolti da una Crisi complicata e che stimola continuamente variegate prognosi (che confondono ulteriormente il quadro) rimangono affascinati dall’idea che una soluzione “basta che” risolva -quasi senza controindicazioni– le questioni che hanno reso difficile non solo comprendere il quotidiano, ma anche viverlo.

Una vera liberazione, con in più l’ambizione di poter trafugare agli ideatori della soluzione quel senso di tranquillità di cui gronda il fatidico “basta che“.

La Crisi dell’Euro in questi anni -si diceva del superamento dei limiti- ha prodotto un numero mai visto prima di soluzioni “basta che”. Molte di queste prevedono la combinazione di alcuni o tutti i seguenti elementi: uscita dall’euro, svalutazione, default. Un genere di soluzione per cui ho sempre espresso la mia contrarietà, ma forse non ho mai spiegato come si deve il perché di questa mia posizione.

Iniziamo da ciò che spinge a proporre questo genere di soluzioni: le insanabili distorsioni macroeconomiche fra i Paesi dell’area euro: le dinamiche interne all’area -con l’introduzione della moneta unica- hanno perso una formidabile valvola di sfogo.

Prendiamo, come cardine, la questione inflattiva: qualche giorno fa un lettore (Matteo) ha posto una interessante domanda:

“potresti fare un post per spiegare perchè l’ inflazione in Italia è più alta di quella tedesca anche se noi siamo in crisi e riduciamo i consumi ? se non sbaglio è anche per questo che perdiamo competitività rispetto ai nostri partner europei , di questo passo ci toccherà tagliare i salari  per fare deflazione interna e allora si che saranno dolori …”

La definizione di inflazione l’abbiamo letta o sentita decine di volte: crescita generalizzata dei prezzi. Quello che l’abitudine ci ha portato a pensare è che questa crescita arrivi per eccesso di domanda: i cittadini con un reddito aumentano di numero, oppure i redditi aumentano di valore, oppure tutte e due queste cose insieme, la maggior domanda di beni ne fa alzare il prezzo ed ecco comparire l’inflazione. Esistono però altre forme di inflazione, ad esempio quella derivante da un aumento del costo delle materie prime. Ma come rispondere a Matteo? Cosa differenzia l’inflazione -poniamo- tedesca da quella -ad esempio- italiana?

Qui c’è un signore che ci racconta le differenze di prezzo in modo colorito:

Pensiamo a come si formano i prezzi: un’impresa italiana che fabbrica e commercializza lo stesso prodotto fabbricato e commercializzato da una impresa tedesca deve sostenere una imposizione fiscale più alta e dei costi amministrativi più elevati (dicevamo in un altro post che “le imprese spendono in media, per gli adempimenti fiscali, 269 ore all’anno“), il costo dell’energia è un’altra variabile, e poi c’è spesso il costo occulto del clientelismo e del nepotismo, questa strana fobìa che l’Italia dimostra per il merito, che spinge chi cerca lavoro in Italia a chiedersi più facilmente “chi conosco?” che non “cosa so fare?“.

Qual è l’effetto di queste distorsioni? Quando il sistema del commercio era molto più vischioso, quando c’erano di nome e/o di fatto dei dazi, le imprese lavoravano con margini più elevati: c’era dunque spazio per erodere queste distorsioni riducendo il margine operativo; l’azienda sceglieva di guadagnare un po’ meno. Nel mondo di oggi questo è sempre meno applicabile: la mondializzazione del commercio e l’abbattimento delle barriere doganali, hanno provocato una corsa competitiva verso l’abbattimento dei prezzi non solo per la delocalizzazione della produzione, ma anche per lo schiacciamento dei margini. La maggior parte delle attività commerciali, disponendo di una enorme base di potenziali clienti nel mercato globale, cerca di raggiungere grandi volumi e riduce al minimo i margini per avere la massima competitività ed ottenere la preferenza dei clienti.

Basta che… si torni ad avere una moneta nazionale e si potrebbe diventare competitivi svalutando: i beni prodotti in Italia potrebbero essere venduti sul mercato a prezzi che per l’estero risulterebbero più bassi. Questo forse risolve le distorsioni alla base della formazione dei prezzi? Nemmeno un po’, anzi in un certo senso offrendo una scappatoia a quelle distorsioni permette la loro proliferazione. Inoltre, si diceva, il prezzo dell’energia contribuisce alla alterazione dei prezzi e -visto che l’Italia è importatrice di energia- svalutare significa importare energia a prezzi più cari. Con quali risorse? A voi la scelta: preferite un maggior prelievo fiscale, il taglio di servizi pubblici o l’accumulo di nuovo debito?

Gli ultimi decenni sono trascorsi invariabilmente tutti rispondendo: “la 3, scelgo la busta numero 3: nuovo debito“. Nuovi costi per l’apparato, che generano nuove esigenze e nuove, ulteriori, distorsioni (ma su una base di cittadini e di contribuenti più numerosa).

Certamente stare in un’area a cambio fisso ci priva di una valvola che consentiva una certa elasticità di gestione, una elasticità di gestione che potrebbe rivelarsi utile se si volesse correggere le distorsioni che rendono difficile l’utilizzo della moneta unica. Ma a quanto pare, libri di Storia alla mano, la presenza di questa elasticità di gestione non è stata usata per avere lo spazio ed il tempo per correggere le distorsioni, ma per preservarle e nutrirle.

E’ come viaggiare in auto con lo sterzo fuori asse, ci si accorgerà di consumare le gomme più su un lato che sull’altro. Cambiare le gomme più consumate non risolve nulla, certo ripristina la condizione ottimale, ma se non si rimuove la distorsione dello sterzo, preferendo cambiare le gomme per non affrontare lo sforzo di una riparazione più profonda si procede fino… al successivo cambio di pneumatici.

L’inganno, forse inconscio, di chi propone la svalutazione come “soluzione” sta proprio in questo. La svalutazione ci darebbe una boccata di ossigeno sul fronte competitività, una competitività che con la nostra impostazione strutturale verrebbe rapidamente erosa, generando la necessità di svalutare nuovamente.

I tifosi della svalutazione rassicurano -ad esempio- che svalutare permetterebbe allo Stato di compensare il rincaro della benzina: il benefico effetto della svalutazione permetterebbe infatti allo Stato di rinunciare alle accise. Come sempre è successo ad ogni svalutazione della Lira… o forse no?…

Proprio no, e proviamo a pensare cosa accadrebbe al debito. Il latore del “basta che… si esca dall’euro e si svaluti” si guarda bene, quando è padrone della materia economica, dal parlare di default: in un Paese di pensionati e dipendenti pubblici sarebbe ridicolo pensare di svalutare per spingere i consumi e disintegrare contemporaneamnte in un default la capacità di reddito di milioni di cittadini. Pertanto ha preso forma questa creativa idea di uscita dall’euro e ridenominazione del debito nella nuova valuta. Quell’investitore estero che avesse comprato BTP in € verrà rimborsato regolarmente a scadenza ma nella nuova -svalutata- moneta.

Ammaliante idea, peccato che questo significherebbe (oltre a farsi parecchie antipatie nella comunità internazionale) mantenere integro l’enorme fardello di debito attualmente in essere e occorrerebbe continuare a finanziarlo: a che tassi potrebbe accettare di sottoscrivere il nostro debito un investitore estero sapendo che è denominato in una moneta ricostituita appositamente per poter essere periodicamente svalutata? Diciamo un tasso sufficiente a compensare l’effetto della svalutazione. Ma -si potrebbe opporre- quello degli investitori esteri è un falso problema: la riacquisita sovranità monetaria permette allo Stato di stampare e far avere ai cittadini il denaro che servirà a sottoscrivere il debito.

E che tasso dovranno avere i BTP per evitare che i cittadini preferiscano comprare titoli in altre monete che periodicamente si rivaluterebbero contro la nuova moneta nazionale? Probabilmente sufficiente da compensare il beneficio della rivalutazione.

Ma -obiezione finale- lo Stato potrebbe stampare denaro, usarlo per comprarsi il suo stesso debito, e tenerlo a tassi risibili, proprio come fanno gli Stati Uniti con la Fed, perché le cose vanno fatte sul serio, mica con le chiacchiere

La sottile differenza che passa tra essere la moneta di riserva del Mondo e non esserlo non viene nemmeno citata. Proviamo quindi ad immaginare il modello: i titoli di debito pubblico vengono emessi dal Tesoro e comprati dalla Banca Centrale, a tassi risibili per contenerne il costo. Rapidamente la Banca Centrale diventa l’unico sottoscrittore: sia per i cittadini (sempre che non li si voglia obbligare per legge…) che per gli investitori esteri sarebbe anti-economico sottoscrivere quei titoli. Per contro l’incentivo all’acquisto di valuta forte estera sarebbe notevole, riducendo i depositi e di conseguenza la capacità di credito delle banche. Alle banche si sostituirebbe lo Stato, che emettendo nuovo debito potrebbe investire in infrastrutture dando lavoro alle imprese e spingendo il ciclo economico. Nel frattempo l’incestuoso rapporto Tesoro-Banca Centrale permetterebbe alla politica, che di fatto avrebbe preso il controllo della Banca Centrale, di mantenere la spesa sociale (previdenziale e sanitaria) inalterata, adeguandola anzi al declino demografico.

[per chi volesse dilettarsi del tema “Indipendenza della Banca Centrale” c’è qui un interessante paper di approfondimento  tratto dal sito dell’Università di Princeton]

Quindi lo Stato diverrebbe strutturalmente un forte investitore a debito ed un erogatore di servizi sociali, mentre cittadini ed imprese cercherebbero di accumulare valute forti investendo all’estero in attesa del successivo giro di svalutazione della moneta locale, che porterebbe ad un aumento del loro potere d’acquisto. E mentre il montante di debito cresce senza più alcun controllo perde ogni aggancio con ciò che ne costituisce la garanzia di fatto: la base fiscale.

A qualcuno potrà sembrare che questo abbia qualcosa a che vedere con il concetto di equilibrio, a me non sembra. In Giappone, dove in un certo senso alcune di queste cose accadono, sembra che una brutale fiscal consolidation sia a breve ineludibile.

Insomma, per scappare dall’austerity imposta da una moneta unica che ci fa soffrire per una struttura distorta ed inefficiente del sistema-Paese, andremmo con diversi shock sociali, ad ingigantire l’apparato statale dirigendoci verso un ineludibile consolidamento fiscale.

Che sia alla fin fine il caso di ringraziare dell’esistenza di una moneta unica che ci costringe a occuparci di quelle maledette distorsioni?

Related Posts with Thumbnails
PDF Creator    Invia l'articolo in formato PDF   

About bimboalieno

Operatore finanziario professionale dal 1998; ha collaborato con diverse banche italiane ed estere. Si può scoprire dell'altro cliccando qui. Oggi é responsabile del servizio Asset Management di una banca italiana. Professional financial trader since 1998; he has worked with several Italian and foreign banks. You can learn more here. Bimboalieno is currently in charge of a Private Banking centre.